BIENNALE ARTE DI VENEZIA 2026
PREDRAG DJAKOVIĆ Può esistere libertà senza memoria?
Il Padiglione della Serbia alla Biennale Arte 2026 utilizza archivi, fotografie e documenti per interrogare uno dei temi più urgenti del nostro tempo: il rapporto tra memoria, verità e libertà nell’epoca delle immagini digitali e dell’intelligenza artificiale.
Angela Maria Scullica
Viviamo nell’epoca della più grande produzione di immagini, documenti e informazioni della storia. Ogni giorno fotografiamo persone, città, monumenti, opere d’arte, paesaggi, viaggi e perfino gli istanti più ordinari della nostra quotidianità. Milioni di smartphone registrano continuamente ciò che vediamo e viviamo, mentre enormi archivi digitali accumulano una quantità di dati che nessuna generazione precedente avrebbe potuto immaginare.
Si potrebbe pensare che questa straordinaria capacità di documentare il presente rappresenti anche la più grande garanzia mai esistita per conservare il passato.
Ma è davvero così? Oppure stiamo confondendo l’accumulo di immagini con la capacità di ricordare?
Ricordare non significa semplicemente archiviare fotografie o conservare file digitali. Significa attribuire loro un significato, inserirli in un contesto, distinguere ciò che è realmente accaduto da ciò che è stato alterato, selezionato o manipolato. La memoria, infatti, non coincide con la quantità delle informazioni che conserviamo, ma con la capacità di comprenderle criticamente, metterle in relazione tra loro e trasmetterle alle generazioni successive.

Dentro l’archivio della memoria
Intorno a questo interrogativo si sviluppa l’intero percorso del Padiglione della Serbia alla Biennale Arte 2026. Con l’installazione Through Golgotha to Resurrection, Predrag Djaković non si limita a ricostruire una pagina della storia della Serbia e dell’Europa sud-orientale. Utilizza quella storia per riflettere su un problema che riguarda ogni società contemporanea: come nasce una memoria collettiva e che cosa accade quando il rapporto con il passato viene ridotto a una semplice accumulazione di documenti?
L’artista trasforma fotografie, lettere, giornali, mappe e oggetti provenienti da archivi pubblici e privati in un’unica grande installazione. Non li dispone secondo un ordine cronologico né costruisce una narrazione lineare. Al contrario, li accosta, li sovrappone e li mette in dialogo, lasciando che sia il visitatore a ricostruire connessioni, relazioni e significati.
È una scelta tutt’altro che formale. Djaković sembra suggerire che la memoria non sia un deposito immobile nel quale il passato viene semplicemente conservato, ma un processo vivo che prende forma ogni volta che documenti, immagini e testimonianze vengono interpretati, confrontati e ricondotti al loro contesto. Il significato non risiede nei singoli oggetti esposti, ma nelle relazioni che siamo capaci di riconoscere tra essi.
Entrare nel Padiglione della Serbia significa così fare esperienza di un archivio che non chiede di essere soltanto osservato, ma interpretato. Le migliaia di fotografie che ricoprono le pareti, insieme alle vecchie valigie, ai documenti e alle testimonianze disseminate nello spazio, non ricostruiscono soltanto una vicenda storica. Invitano il visitatore a comprendere che la memoria non sopravvive perché conserviamo tutto, ma perché continuiamo a dare senso a ciò che scegliamo di ricordare.
Dalla memoria individuale alla memoria collettiva
Ogni fotografia racconta infatti una storia individuale. Ogni documento conserva la traccia di un’esperienza vissuta da persone concrete. Ogni valigia richiama un viaggio, una fuga, un esilio, una perdita. Considerati singolarmente, questi frammenti appartengono alla memoria di una persona, di una famiglia, di una piccola comunità. Ma è nel momento in cui vengono raccolti, messi in relazione e condivisi che iniziano a trasformarsi in qualcosa di diverso: una memoria collettiva.
È proprio questo passaggio che l’installazione rende visibile. La memoria non nasce semplicemente dalla somma dei ricordi individuali. Si costruisce attraverso un processo continuo nel quale esperienze personali, documenti, testimonianze e interpretazioni entrano in dialogo tra loro, dando forma al racconto che una comunità costruisce di sé stessa.
In questo senso la memoria non riguarda soltanto il passato. Diventa uno degli elementi attraverso cui una società riconosce la propria identità. Ogni comunità eredita eventi, luoghi, immagini e testimonianze che non rappresentano soltanto ciò che è accaduto, ma contribuiscono a definire il modo in cui quella comunità comprende il proprio presente e immagina il proprio futuro.
Ed è questo il motivo per cui il Padiglione della Serbia non racconta semplicemente la storia della Serbia ma riflette su un processo che riguarda ogni Paese. L’identità collettiva prende forma nel modo in cui una società conserva, interpreta e trasmette la propria memoria. Quando questo processo si interrompe o viene alterato, non cambia soltanto il nostro rapporto con il passato: cambia anche il modo in cui comprendiamo noi stessi.
È una riflessione che trova un’importante conferma nel pensiero di Aleida Assmann, secondo la quale la memoria culturale costituisce uno degli elementi fondamentali della continuità di una comunità nel tempo. Le istituzioni, i monumenti, gli archivi, le opere d’arte e le testimonianze non custodiscono soltanto ricordi: permettono a una società di riconoscersi, di trasmettere valori condivisi e di mantenere un dialogo costante tra le generazioni.
Per questo l’archivio costruito da Predrag Djaković non appare come un luogo rivolto esclusivamente al passato. Diventa il punto d’incontro tra memoria individuale e memoria collettiva, tra le storie dei singoli e l’identità di un’intera comunità. Ed è su questo passaggio che l’installazione acquista un significato che supera la storia della Serbia e si trasforma in una riflessione universale sul modo in cui ogni società costruisce la propria memoria e, attraverso di essa, la propria identità.

Perché la memoria è diventata una questione del XXI secolo
È una questione che oggi assume un’urgenza particolare. Viviamo infatti in un mondo sempre più interconnesso, nel quale immagini, informazioni e contenuti digitali circolano con una velocità senza precedenti. Questo processo ha ampliato enormemente le possibilità di conoscere, comunicare e conservare il passato, ma ha anche reso più complesso il rapporto tra memoria, verità e identità.
Ogni comunità costruisce infatti la propria identità attraverso una memoria condivisa. Non si tratta di una memoria immobile o puramente celebrativa, ma della capacità di riconoscere le proprie origini, comprendere il percorso storico che l’ha condotta fino al presente e trasmettere alle generazioni successive esperienze, valori, conquiste e anche contraddizioni. Quando questo legame tra passato, presente e futuro si indebolisce, anche l’identità collettiva diventa più fragile ed è più facilmente esposta a semplificazioni, manipolazioni e riscritture.
La storia dimostra che il controllo della memoria è sempre stato uno degli strumenti attraverso i quali il potere ha cercato di orientare il futuro. La selezione dei fatti da ricordare, la cancellazione di testimonianze scomode, la distruzione degli archivi o la riscrittura della storia non modificano il passato, ma possono modificare il modo in cui una società lo conosce, lo interpreta e lo trasmette. Oggi questa responsabilità assume una dimensione nuova. L’intelligenza artificiale è ormai in grado di generare fotografie, video e registrazioni vocali estremamente realistici, di ricreare il volto e la voce di persone realmente esistite o di far pronunciare loro parole mai dette. Allo stesso tempo, strumenti di editing sempre più sofisticati permettono di alterare documenti visivi con una facilità impensabile fino a pochi anni fa. Il rischio, quindi, non consiste soltanto nella diffusione di contenuti falsi, ma nella crescente difficoltà di distinguere ciò che documenta realmente un fatto da ciò che ne rappresenta una ricostruzione, una manipolazione o una simulazione.
In un contesto simile, la memoria non può più limitarsi alla semplice conservazione delle informazioni. Richiede un lavoro continuo di verifica, interpretazione e confronto. Conservare un documento non significa automaticamente conservarne il significato, così come accumulare immagini non equivale a comprendere il passato. Ogni testimonianza acquista valore soltanto quando viene collocata nel proprio contesto, confrontata con altre fonti e inserita all’interno di una narrazione capace di restituirne il senso. È proprio questo processo che il Padiglione della Serbia trasforma in esperienza. Predrag Djaković non presenta un archivio da osservare passivamente, ma costruisce uno spazio nel quale il visitatore è chiamato a fare ciò che ogni memoria autentica richiede: rallentare, mettere in relazione documenti diversi, interrogarne il significato e ricostruire connessioni che non sono immediatamente visibili.
Le migliaia di fotografie che ricoprono le pareti non colpiscono per la loro quantità, ma per il modo in cui dialogano tra loro. A differenza delle immagini che scorrono senza sosta sugli schermi dei nostri dispositivi, queste chiedono tempo, attenzione e confronto. L’installazione ci ricorda così che la memoria non nasce dall’accumulo delle informazioni, ma dalla capacità di interpretarle criticamente e di trasformarle in conoscenza condivisa.
Quando la memoria diventa libertà
Forse è proprio questa la lezione più profonda dell’opera. Una società può innovare, cambiare e trasformarsi senza perdere la propria identità, ma soltanto se continua a coltivare una memoria critica, capace di distinguere i fatti dalle loro rappresentazioni, di riconoscere la complessità della storia e di trasmetterla con responsabilità. Perché è nella qualità della memoria, molto più che nella quantità delle informazioni conservate, che si misura la libertà di una comunità. Il Padiglione della Serbia ci ricorda così che il problema del nostro tempo non è la scarsità della memoria, ma la sua fragilità. Mai come oggi abbiamo avuto la possibilità di registrare il presente con una precisione così straordinaria. Eppure, mai come oggi è diventato necessario imparare a distinguere tra ciò che viene semplicemente conservato e ciò che viene realmente compreso.In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale può generare immagini, video e voci perfettamente credibili, gli algoritmi orientano una parte crescente delle informazioni che riceviamo e l’enorme quantità di contenuti disponibili rende sempre più difficile ricostruire relazioni e contesti, la memoria non può più essere considerata un semplice archivio del passato. Diventa una competenza civile. Richiede capacità critica, verifica delle fonti, confronto tra documenti e consapevolezza che ogni testimonianza acquista significato soltanto quando viene collocata all’interno di una storia più ampia.È anche per questo che l’installazione di Predrag Djaković parla con tanta forza al presente. Le fotografie che ricoprono le pareti del padiglione non chiedono al visitatore di ricordare di più, ma di ricordare meglio. Non invitano ad accumulare informazioni, bensì a ricostruire legami, riconoscere connessioni e interrogare continuamente il rapporto tra memoria, verità e identità. Alla fine del percorso diventa allora evidente che la domanda iniziale non riguardava soltanto il destino degli archivi o il passato della Serbia. Riguardava ciascuno di noi.
Stiamo davvero ricordando oppure stiamo semplicemente accumulando dati?
La risposta suggerita dall’opera è che la memoria non nasce dalla quantità delle informazioni che conserviamo, ma dal lavoro critico attraverso cui impariamo a comprenderle, verificarle e trasmetterle. È questo processo che trasforma i ricordi individuali in memoria collettiva, la memoria collettiva in identità condivisa e l’identità condivisa nella condizione stessa di una società libera. Per questo il Padiglione della Serbia non offre una lezione sulla storia. Offre una lezione sul presente. Ci ricorda che ogni generazione eredita un patrimonio di documenti, immagini e testimonianze, ma eredita anche una responsabilità: quella di custodirne il significato senza smettere di interrogarlo criticamente. Perché una società perde la propria libertà non soltanto quando le viene impedito di parlare, ma anche quando perde la capacità di riconoscere la verità del proprio passato. Ed è forse questa la domanda che il visitatore porta con sé uscendo dal padiglione: può esistere una democrazia senza una memoria condivisa, critica e consapevole? Predrag Djaković non dà una risposta definitiva. Ci invita però a comprendere che è proprio nel modo in cui scegliamo di ricordare, verificare e trasmettere il passato che si decide, ogni giorno, anche la qualità della nostra libertà.
“Le fotografie che ricoprono le pareti del padiglione non chiedono al visitatore di ricordare di più, ma di ricordare meglio”


Giornalista


