INTERVISTA
LUCA DE FUSCO Il teatro vive solo se sa dialogare con il pubblico
Regista tra i più autorevoli della scena italiana, Luca De Fusco ripercorre, in questa intervista ad ArteCultura Magazine, quarant’anni di teatro raccontando il rapporto tra tradizione e innovazione, il cambiamento del pubblico dopo il Covid, il valore della comunicazione e quella malinconia che accompagna ogni debutto, quando il regista lascia definitivamente il palcoscenico agli attori.
Da Napoli a Roma, passando per Venezia e tornando alle radici partenopee prima di approdare alla guida del Teatro di Roma. La carriera di Luca De Fusco attraversa oltre quarant’anni di teatro italiano e racconta una delle esperienze artistiche e manageriali più significative della scena non solo nazionale. Nato a Napoli nel 1957, laureato al DAMS di Bologna, De Fusco ha mosso i primi passi negli anni Ottanta dirigendo il Festival delle Ville Vesuviane. Dal 2000 al 2010 ha guidato il Teatro Stabile del Veneto, per poi assumere la direzione del Teatro Stabile di Napoli, che nel 2015, sotto la sua gestione, ha ottenuto il prestigioso riconoscimento di Teatro Nazionale. È direttore artistico della Fondazione Teatro di Roma, il principale ente teatrale della capitale che comprende il Teatro Argentina, il Teatro India, il Teatro Torlonia e il Teatro Valle. Regista colto e innovatore, ha fatto del dialogo tra tradizione e modernità la cifra distintiva del proprio lavoro. Shakespeare, Pirandello, Hofmannsthal, ma anche cinema, video e nuove tecnologie: nella sua visione il teatro è un linguaggio polifonico, capace di accogliere forme espressive diverse senza perdere la centralità dell’attore e della parola. Lo incontriamo per parlare di regia, pubblico, futuro dello spettacolo dal vivo e di quella malinconia che, sorprendentemente, accompagna ogni debutto.

Luca De Fusco ha fatto del dialogo tra tradizione e modernità la cifra distintiva del proprio lavoro
Se potesse riportare in vita un grande autore teatrale per assistere a una sua regia, chi sceglierebbe?
«Pirandello. Gli farei vedere la mia versione dei Sei personaggi in cerca d’autore. Da anni cerco di sostenere che il linguaggio del teatro sia polifonico: l’immagine ne fa parte quanto la parola, l’attore e la letteratura. Appartengo a quella generazione che ha voluto portare il cinema dentro il teatro. Nel mio allestimento i personaggi uscivano letteralmente dallo schermo, diventando creature sospese tra realtà e rappresentazione. E’ stato uno spettacolo che ha avuto una bellissima accoglienza anche a Parigi e che considero ancora oggi molto rappresentativo del mio percorso».
Qual è stata la critica che l’ha fatta arrabbiare di più?
«Una recensione uscita molti anni fa dopo uno spettacolo al Maschio Angioino. Lo spettacolo era terminato alle undici di sera e la critica era già in edicola poco dopo la mezzanotte. Era evidente che fosse stata scritta prima. Più che arrabbiarmi, mi ha fatto riflettere. Oggi i critici hanno spazi sempre più ridotti e questo spesso impedisce quell’approfondimento che un tempo aiutava davvero a comprendere uno spettacolo».
C’è un attore che ha cambiato il suo modo di vedere un personaggio?
«Più che cambiare idea su un personaggio, ci sono interpreti che mi hanno insegnato molto sul mestiere. Uno di questi è sicuramente Eros Pagni. Ho sempre ammirato la sua capacità di sottrarre, di eliminare ogni eccesso. È uno scultore della recitazione: riduce tutto all’essenziale e proprio per questo riesce a essere straordinariamente efficace.»
Come spiegherebbe il teatro a un ragazzo che non ci è mai entrato?
«Direi che è la cosa più diversa dalla vita e contemporaneamente la più simile alla vita che si possa immaginare. Sul palco ci sono persone vere, non dipinte né filmate. Persone che possono inciampare, sbagliare, essere attraversate da un’emozione autentica. Eppure proprio questa verità assoluta coincide con la massima finzione. È un paradosso meraviglioso».
Quale spettacolo avrebbe sempre voluto dirigere?
«Tra le opere liriche, La carriera di un libertino di Stravinskij. Ma il mio libro dei desideri riguarda soprattutto la prosa. Da sempre sogno di mettere in scena L’uomo difficile di Hofmannsthal. Chissà».
Si parla molto di innovazione. Cosa la annoia e cosa la entusiasma del teatro contemporaneo?
«Mi annoiano gli spettacoli che sembrano fatti per gratificare chi li realizza più che per dialogare con il pubblico. Il teatro non può essere un esercizio di autocompiacimento. Al contrario, mi interessa chi cerca davvero di comunicare. Io provo sempre a mettermi nei panni dello spettatore. La noia, a teatro, è il diavolo».
Il pubblico è cambiato più degli artisti o viceversa?
«Il pubblico. E gli artisti spesso faticano a prenderne atto. Dopo il Covid siamo diventati tutti più simili agli spettatori delle serie televisive: la soglia di attenzione è cambiata. Ignorarlo significa rischiare di perdere il contatto con chi siede in platea».
Tra tutti i personaggi che ha messo in scena, quale sente più vicino?
«Il protagonista de Il viaggio a Venezia di Hofmannsthal. È un giovane che arriva da Vienna e scopre una città piena di fascino, mistero e ambiguità. Mi sono riconosciuto molto in quel suo sguardo curioso sul mondo».
Quando cala il sipario dopo una prima importante, prevale la soddisfazione o il sollievo?
«Nessuna delle due. Prevale la malinconia. Fino alla prova generale il regista è il centro di tutto: tutti lo cercano, tutti gli chiedono qualcosa. Poi arriva la prima e improvvisamente non serve più. Gli attori salgono sul palco e il regista deve fare un passo indietro. È il giorno dell’addio».
Se dovesse raccontare il teatro italiano di oggi con tre parole?
«Denso, autoreferenziale e resistente. Denso perché l’offerta è enorme. Autoreferenziale perché talvolta rischia di specchiarsi troppo in sé stesso. Resistente perché, a differenza di molti altri linguaggi, continua a sopravvivere al tempo. Sono convinto che tra cent’anni il teatro sarà ancora qui». E dopo oltre quarant’anni di palcoscenici, classici reinventati e sfide raccolte, Luca De Fusco continua a guardare meravigliosamente avanti. Perché il teatro, come ama ricordare lui stesso, non è ‘un museo da conservare’, ma un organismo vivo da far respirare. E finché ci saranno storie da raccontare e spettatori da sorprendere, una cosa è certa: il sipario continuerà ad alzarsi.
“Mi annoiano gli spettacoli che sembrano fatti per gratificare chi li realizza più che per dialogare con il pubblico. Il teatro non può essere un esercizio di autocompiacimento”


Giornalista

