BIENNALE ARTE DI VENEZIA 2026
LIQUID TONGUES Oltre il primato della parola
Attraverso un’esperienza immersiva costruita sul corpo, sull’acqua, sul canto delle megattere e sulla lingua dei segni, il Padiglione della Polonia invita a ripensare il significato del linguaggio nell’epoca della comunicazione digitale e dell’intelligenza artificiale.
Angela Maria Scullica
Alla Biennale Arte di Venezia 2026 il Padiglione della Polonia pone al centro della propria ricerca uno dei temi più universali e attuali del nostro tempo: il linguaggio. Ma, anziché affrontarlo attraverso una spiegazione o una narrazione lineare, sceglie di coinvolgere il visitatore in un’esperienza che precede ogni interpretazione.
La prima sorpresa, entrando nel padiglione, non è l’opera in sé, ma il modo in cui il pubblico la vive. Davanti al grande schermo, alcuni visitatori siedono sui cubi disposti nella sala, altri scelgono di distendersi sulla grande piattaforma in legno collocata di fronte alla proiezione. L’allestimento invita spontaneamente a rallentare, a sostare, ad abbandonare, almeno per qualche minuto, il ritmo veloce con cui normalmente attraversiamo una mostra.Si comprende presto che questa modalità di fruizione non è un semplice espediente espositivo, ma parte integrante dell’installazione. Il tempo sembra dilatarsi, lo sguardo cambia ritmo e, prima ancora di cercare un significato, si è portati semplicemente a osservare, ascoltare e lasciarsi coinvolgere da ciò che accade. È come se il padiglione chiedesse di sospendere, almeno per un momento, il bisogno di comprendere tutto e subito, per riscoprire un modo di guardare più lento, più attento e più disponibile alla percezione.
È in questa diversa disposizione dello sguardo e dell’ascolto che prende forma Liquid Tongues, il progetto con cui Bogna Burska e Daniel Kotowski rappresentano la Polonia alla Biennale Arte di Venezia 2026.

Quando il corpo diventa linguaggio
Sul grande schermo scorrono le immagini di figure avvolte in ampi mantelli rossi che si muovono lentamente nell’acqua. I gesti sono misurati, quasi rituali. Ogni movimento sembra appartenere a un tempo diverso da quello quotidiano, mentre le espressioni dei volti rimangono concentrate, intense, quasi impenetrabili. A tratti i corpi si inclinano fino a capovolgersi, perdendo ogni riferimento spaziale, come se la gravità e l’orientamento cessassero improvvisamente di esistere. Lo spettatore ha la sensazione di entrare in una dimensione in cui le consuete coordinate della percezione vengono sospese.
A scandire questa lenta coreografia non sono le parole, ma il canto delle megattere. Le loro vocalizzazioni profonde e avvolgenti riempiono lo spazio espositivo, trasformando la proiezione in un’esperienza immersiva.
La scelta dell’acqua non è soltanto scenografica. L’ambiente acquatico non rappresenta semplicemente lo spazio in cui si muovono le figure del video, ma diventa parte integrante del linguaggio che l’opera costruisce. È proprio dall’intreccio tra corpi, gesti, suoni e acqua che prende forma una comunicazione percepibile anche in assenza della voce. Lo spettatore non è chiamato a decifrare un messaggio, ma a lasciarsi attraversare da un’esperienza percettiva. Le immagini, il canto delle megattere e la lentezza dei movimenti lo immergono in una dimensione di sospensione, nella quale il bisogno di interpretare lascia temporaneamente spazio all’ascolto e alla percezione. Solo in un secondo momento, e soltanto se ci si interroga sul senso di ciò che si è vissuto, affiora la domanda che attraversa l’intera installazione: che cos’è davvero un linguaggio? E perché oggi siamo chiamati a ripensarne il significato?
Che cos’è davvero un linguaggio?
L’esperienza proposta da Liquid Tongues conduce al nucleo concettuale dell’installazione. Gli artisti mettono in discussione una convinzione profondamente radicata nella cultura occidentale: l’idea che il linguaggio coincida principalmente con la parola e che quest’ultima rappresenti la forma più autorevole e compiuta dell’espressione umana.L’opera non nega il valore del linguaggio verbale né suggerisce che la comunicazione attraverso il corpo, le immagini o i suoni sia una scoperta recente. Gli esseri umani hanno sempre comunicato attraverso una pluralità di forme espressive. Ciò che Liquid Tongues mette in discussione è piuttosto la gerarchia culturale che, nel corso della storia, ha attribuito alla parola una posizione privilegiata rispetto alle altre modalità di costruire e condividere significati. Pur in assenza di dialoghi, gesti, movimenti, sguardi, suoni e ritmi costruiscono una comunicazione intensa, capace di stabilire relazioni e suscitare emozioni. Il visitatore non ha bisogno di ascoltare delle parole per percepire che tra le figure si sta sviluppando una forma di comunicazione. Comprendere, suggerisce l’opera, non significa necessariamente tradurre ciò che vediamo in un discorso verbale. La questione diventa allora più profonda: perché continuiamo a considerare la parola la forma privilegiata del linguaggio? Non riguarda soltanto il modo in cui comunichiamo, ma il rapporto stesso tra linguaggio e conoscenza. Attraverso i diversi sistemi simbolici di cui disponiamo organizziamo l’esperienza, costruiamo relazioni, trasmettiamo memoria e cultura e attribuiamo significato alla realtà. Riconoscere che cosa consideriamo linguaggio significa anche decidere quali esperienze siamo disposti ad ascoltare, quali conoscenze riteniamo autorevoli e quali modi di entrare in relazione con il mondo giudichiamo legittimi. In questa prospettiva, Liquid Tongues non contrappone il linguaggio verbale alle altre forme di espressione né propone una nuova gerarchia. Suggerisce piuttosto che nessuna modalità comunicativa, considerata isolatamente, sia sufficiente a esaurire la complessità dell’esperienza umana. Il linguaggio appare così non come un sistema unico e gerarchicamente ordinato, ma come una pluralità di possibilità attraverso cui costruiamo significati e relazioni. Ogni forma di espressione rende percepibili aspetti della realtà che altre non riescono a cogliere nello stesso modo: la parola consente di articolare concetti e narrazioni, il corpo comunica attraverso la presenza e il gesto, le immagini stabiliscono connessioni immediate e simboliche, il suono agisce sul ritmo, sulla memoria e sulla percezione. La forza di Liquid Tongues risiede proprio nella capacità di rendere sensibile questa pluralità senza trasformarla in una tesi da dimostrare. L’installazione invita ad ampliare ciò che siamo disposti a riconoscere come linguaggio e, con esso, il modo stesso in cui comprendiamo gli altri e interpretiamo il mondo.
Megattere, acqua e lingua dei segni: oltre il primato della parola
Il canto delle megattere, già protagonista dell’esperienza immersiva proposta dall’installazione, apre la riflessione oltre i confini del linguaggio umano. Da decenni i biologi marini studiano il complesso sistema comunicativo di questi cetacei, costituito da lunghe sequenze di suoni che si modificano nel tempo e vengono condivise all’interno delle popolazioni. Pur non essendo assimilabili al linguaggio umano, queste vocalizzazioni svolgono un ruolo fondamentale nella vita sociale delle megattere e mostrano come anche altre specie abbiano sviluppato forme di comunicazione articolate e sofisticate. L’interesse di Bogna Burska e Daniel Kotowski, tuttavia, non è di natura scientifica. Il canto delle megattere assume soprattutto un valore simbolico: suggerisce che la comunicazione non coincide necessariamente con la parola e invita ad allargare il nostro modo di concepire il linguaggio. Se riconosciamo che anche altre specie costruiscono relazioni attraverso sistemi complessi di comunicazione, diventa più difficile continuare a considerare il linguaggio una prerogativa esclusiva dell’essere umano o identificare la parola come la sua forma privilegiata. Anche l’acqua partecipa a questa riflessione. È l’ambiente naturale delle megattere, ma diventa anche lo spazio in cui il corpo umano perde le proprie coordinate abituali. I movimenti rallentano, acquistano fluidità, la voce si attenua e il gesto assume una nuova centralità. L’ambiente acquatico modifica così non soltanto il modo di muoversi, ma anche il modo di comunicare, creando uno spazio percettivo in cui il linguaggio verbale arretra senza scomparire e altre forme espressive acquistano una forza inattesa. Questa prospettiva trova un ulteriore approfondimento nella ricerca di Daniel Kotowski. Essendo sordo, l’artista conosce direttamente una modalità di comunicazione nella quale il corpo, il gesto e lo spazio assumono un ruolo essenziale. La lingua dei segni non rappresenta una versione semplificata della lingua parlata, ma un sistema linguistico autonomo, dotato di una propria grammatica, di una propria sintassi e della stessa capacità di costruire pensiero, memoria e relazioni. La sua esperienza personale, tuttavia, non viene trasformata in un racconto autobiografico. Diventa il punto di partenza per una riflessione più ampia sul linguaggio e sulle gerarchie culturali che lo hanno accompagnato nel corso della storia. La lingua dei segni non costituisce il tema dell’opera, ma una delle chiavi attraverso cui gli artisti invitano a ripensare ciò che siamo disposti a riconoscere come linguaggio. È proprio nella convergenza tra il canto delle megattere, l’acqua, il corpo e la lingua dei segni che Liquid Tongues trova la propria forza. Nessuno di questi elementi prevale sugli altri; tutti concorrono a mostrare che il linguaggio non è soltanto un insieme di parole, ma una rete complessa di relazioni, percezioni, immagini, suoni e gesti attraverso cui gli esseri viventi costruiscono significato e condividono la propria esperienza del mondo.
Il significato di “Liquid Tongues” nel mondo contemporaneo
È da questa riflessione che il titolo dell’opera acquista il suo significato più profondo. Liquid Tongues – Lingue liquide – evoca un linguaggio che non può più essere concepito come un sistema rigido, immutabile o gerarchico, ma come una realtà dinamica, capace di trasformarsi, di adattarsi ai contesti e di entrare continuamente in relazione con altre forme espressive. Come l’acqua che attraversa l’intera installazione modifica il corpo, ne rallenta i movimenti e ne altera i punti di riferimento, così anche il linguaggio si trasforma insieme alle persone, alle culture e agli strumenti attraverso cui prende forma.
Con la rivoluzione digitale questa trasformazione ha subito un’accelerazione senza precedenti. La comunicazione non passa più soltanto attraverso la parola scritta o parlata, ma si sviluppa in un ecosistema sempre più articolato, dove immagini, video, suoni, emoji, realtà immersive, interfacce digitali e sistemi di traduzione automatica convivono e si intrecciano continuamente. Ogni innovazione tecnologica non introduce semplicemente nuovi strumenti: modifica il modo stesso in cui costruiamo significati, condividiamo esperienze e interpretiamo la realtà.
L’intelligenza artificiale rappresenta oggi l’espressione più avanzata di questa trasformazione.
Per la prima volta nella storia della comunicazione digitale, sistemi artificiali sono in grado di generare testi, immagini, video, musica e conversazioni sempre più sofisticate, partecipando direttamente alla produzione dei contenuti con cui ogni giorno entriamo in relazione.
Non si tratta di una sostituzione del linguaggio umano, ma di una trasformazione del modo in cui il linguaggio viene prodotto, condiviso e interpretato. Il linguaggio diventa sempre più il risultato di un’interazione continua tra persone, tecnologie e ambienti digitali.
In questo scenario, Liquid Tongues acquista un significato che va ben oltre la riflessione sulla lingua dei segni o sulla comunicazione non verbale. L’opera invita a ripensare il linguaggio nel suo complesso, ricordandoci che nessuna tecnologia, per quanto avanzata, può esaurire la ricchezza delle forme attraverso cui gli esseri umani costruiscono relazioni, condividono conoscenze e attribuiscono significato al mondo. Più il linguaggio si espande e si trasforma grazie all’innovazione, più diventa necessario interrogarsi su ciò che rende possibile ogni autentica comunicazione: l’ascolto, la presenza, il corpo, la percezione e la capacità di entrare in relazione con l’altro.

Un nuovo modo di abitare il linguaggio
L’opera suggerisce che il futuro della comunicazione non dipenderà dalla supremazia di un linguaggio sugli altri, ma dalla nostra capacità di riconoscerne la pluralità. La parola, il corpo, la lingua dei segni, le immagini, il suono, la tecnologia e perfino le forme di comunicazione del mondo naturale non si escludono: si completano, perché ciascuna rende percepibili aspetti della realtà che le altre, da sole, non riescono a cogliere.
Forse è questo il significato più profondo di Liquid Tongues. Il linguaggio non è un sistema chiuso né un semplice strumento per trasmettere informazioni. È un processo vivo, che si trasforma insieme alle persone, alle culture e ai mezzi attraverso cui prende forma. Come l’acqua che attraversa l’intera installazione, cambia continuamente senza perdere la propria capacità di creare relazione.
Il visitatore lascia il Padiglione della Polonia con una domanda più che con una risposta. L’opera non invita a imparare un nuovo linguaggio, ma a riconsiderare il nostro modo di intendere la comunicazione. Nell’epoca dell’intelligenza artificiale, delle piattaforme digitali e dei sistemi capaci di generare testi, immagini e conversazioni, questa riflessione assume un significato ancora più profondo. Più la tecnologia amplia le possibilità di comunicare, più diventa essenziale ricordare che comprendere non significa soltanto decifrare parole, ma riconoscere l’altro nella sua complessità. È in questa capacità di entrare in relazione, prima ancora che di scambiare informazioni, che continua a risiedere la dimensione più profondamente umana del linguaggio.

Giornalista


