OPERA LIRICA
La CARMEN alla Scala: l’amore è libertà, non possesso
Nell’allestimento ambientato nella Spagna franchista, la celebre opera di Bizet si trasforma in una riflessione attualissima su libertà, desiderio, possesso e violenza. Tra luci visionarie, scenografie immersive e una costante presenza della Morte, Carmen continua a interrogare il presente con straordinaria forza drammatica.
Vedere le prove generali della Scala è sempre una grande emozione. Quando vengono spogliate di ogni superficialità e del glamour che le circonda, restano le persone che le rendono possibili: i lavoratori, i giornalisti e i semplici appassionati, coloro che sono lì per l’opera e non per una sfilata di moda. Carmen è una delle mie opere preferite e, come molte grandi opere liriche, ha un finale tragico. La scena si apre con la presenza della Morte nella piazza davanti ad una stazione di polizia nell’epoca franchista. Una Morte illuminata da una luce giallo-verde, il veleno e il destino ineluttabile. La sua presenza accompagna l’intera opera perché i protagonisti di Carmen sono molti, ma è la Morte a regnare costantemente sulla vicenda. Una figura nera ed elegante che si muove lentamente tra i personaggi, portando con sé dei doni. E quale dono potrebbe essere offerto come ammonimento alla zingara Carmen se non il tarocco della Morte? Un presagio che anticipa come la sua passione e il suo desiderio di libertà la condurranno verso il tragico epilogo.Del resto, in Carmen il destino è scritto fin dall’inizio: l’amore ossessivo di Don José che si trasforma progressivamente in una forza distruttiva che porterà entrambi alla tomba.In quella Spagna franchista, da un lato incombe la guerra e dall’altro prosperano i contrabbandieri, gli zingari e tutta quell’umanità che vive nel sottobosco della società e che, proprio come in Notre-Dame de Paris, finisce per muovere le sorti dei protagonisti. Ad aprire la scena, è Micaëla che porta a Don José il richiamo della madre dal paesino. Una madre malata, vicina alla morte, che desidera rivedere il figlio e ne invoca il ritorno. Un richiamo alle origini, al dovere e agli affetti che accompagnerà Don José per tutta l’opera, contrapponendosi continuamente alla forza irrazionale della passione. Micaëla viene circondata, avvicinata con insistenza, quasi sopraffatta da un gruppo di uomini. Sono solo uomini. Nella scena si percepiscono il disagio e la tensione dell’interprete, che cerca di sottrarsi alle mani invadenti sia dei poliziotti che dei semplici cittadini. È un mondo duro, maschile, dominato dalla sopraffazione e dall’istinto. Poi, dalle fabbriche, escono le operaie. Hanno ancora le divise sporche addosso, le sigarette tra le labbra e l’aria stanca di chi ha passato la giornata al lavoro. Ma chi è Don José che siede all’interno della caserma? La scenografia lascia intravedere il giovane militare, timido e distaccato, quasi appartato rispetto al caos che lo circonda. Mentre fuori la vita continua tra bambini, donne e uomini che si incontrano, chiacchierano e occupano la piazza, lui resta confinato nel proprio ruolo, disciplinato e silenzioso, ignaro del fatto che il suo destino sta per cambiare per sempre.

Una scenografia della Spagna Franchista all’Arena di Verona
L’incontro tra Carmen e Don José
Dopo aver ricevuto il messaggio da Micaëla, il giovane militare si abbandona ai ricordi del paese lontano e della madre che lo aspetta. Per un attimo sembra quasi tornare bambino, richiamato da una vita semplice, ordinata, fatta di doveri e affetti sinceri. Ma tutto viene interrotto dall’arrivo di Carmen.Carmen è una donna libera, magnetica, provocatoria. Attira gli sgua Ma poi appare il tenente Zuniga rdi di tutti e gioca con i suoi pretendenti senza concedersi davvero a nessuno. Eppure, tra tutti gli uomini che la circondano, è proprio il più timido e distante a catturare la sua attenzione: Don José. Lui cerca di resisterle, forse proprio per questo finisce per esserne travolto.A seguito di una rissa con un’operaia, Carmen viene arrestata, ma riesce a convincere Don José a lasciarla fuggire. È il momento in cui il destino dei due si intreccia definitivamente. Per lei, Don José sacrifica tutto: la disciplina, l’onore, la carriera militare. Da quel momento non appartiene più al mondo ordinato della caserma.Ma per Carmen non basta.Gli chiede di fare un passo ulteriore: abbandonare ogni certezza, seguirla, unirsi ai contrabbandieri e vivere senza regole. È la promessa di una libertà assoluta, ma anche l’inizio della sua rovina.La scena si consuma in un locale sperduto nel nulla. Attorno a loro le amiche di Carmen ballano, bevono, si muovono come figure sospese tra la realtà e il sogno. È una visione che richiama David Lynch e Twin Peaks: le luci viola dell’interno contrastano con i toni freddi del bosco, tra blu e verde, creando un’atmosfera irreale, sensuale e inquieta.Sembra un sogno nascosto nel cuore della notte.Carmen e Don José si dichiarano il loro amore in un duetto carico di tensione. Lui vorrebbe tornare alla caserma, aggrapparsi al senso del dovere, al ricordo della madre e alla vita che conosce. Lei, invece, gli chiede di restare. Di scegliere lei. Di scegliere la libertà.È una scena sospesa nel tempo. In sala non vola una mosca. Restano soltanto i due interpreti che si cercano e si respingono, si avvicinano e si allontanano, oscillando continuamente tra desiderio e paura. Lo spettatore non riesce a distogliere lo sguardo. È una di quelle sequenze che ricordano certi sogni: quelli che nascono nelle foreste, nel cuore della notte, quando la tentazione sembra più forte di qualsiasi ragione.Dopo aver recapitato il messaggio, l’attore ricorda emozionalmente il paese lontano e la madre che lo aspetta. Ma il tutto viene interrotto dall’arrivo di Carmen. Carmen è una donna libera, sessuale, attraente, che però respinge tutti i pretendenti tranne uno, il più timido, il più distaccato, Don Josè. Arrestata dopo una rissa e liberata da lui, ne delimita il destino di ricaduto dal ruolo di tenente. Don Josè ha perso il suo ruolo, i suoi titoli, ma Carmen gli chiede di più, scappa con me, unisciti ai contrabbandieri. La scena si consuma in un locale nel mezzo del niente, dove ballano delle amiche di Carmen ubriache. Carmen e Don José si dichiarano il loro amore in un duetto carico di tensione. Lui vorrebbe tornare alla caserma, aggrapparsi al senso del dovere, al ricordo della madre e alla vita che conosce. Lei, invece, gli chiede di restare. Di scegliere lei. Di scegliere la libertà. È una scena sospesa, non vola una mosca se non i due attori che si inseguono, timidi, si respingono, si arrabbiano, una scena che non ti fa abbassare gli occhi e ricorda i sogni, quelli di tentazione che si consumano la notte nelle foreste.

Il duetto d’amore tra Carmen e Don José in una delle rappresentazioni dell’opera di Bizet
La scelta della libertà
Ma poi appare il tenente Zuniga, e cerca di imporre la propria autorità su Carmen. La tensione cresce fino a esplodere. Gli zingari e i contrabbandieri lo circondano e Don José si ritrova davanti al momento decisivo della sua vita. Deve scegliere. Da una parte ci sono la divisa, l’ordine, il dovere. Dall’altra Carmen. E sceglie Carmen. Con quella decisione attraversa un confine invisibile e irreversibile. Entra nel mondo dei contrabbandieri e ne accetta le regole. Da quel momento non è più un soldato, ma un uomo in fuga. Cambio di scena. Il palco si riempie di verde. Verde il fumo, verdi le luci che filtrano nel buio. Una macchina da guerra emerge dall’oscurità accanto a un casolare isolato. Ovunque metallo, armi, ombre. È un luogo che sembra fuori dal tempo, sospeso tra un accampamento militare e un covo di banditi. Qui si consuma definitivamente la trasformazione di Don José. Il passato è ormai alle sue spalle. Da questo momento sarà per sempre un fuggitivo. Quello che non può prevedere è che il suo sacrificio si rivelerà inutile. Carmen non appartiene a nessuno. Forse perché avverte il destino che la lega a Don José, quel destino di morte annunciato dalle carte, dove tra tutti i tarocchi gli si ripropone sempre la stessa, quella del gramo. Forse perché, come cantava prima, “l’amore è un uccello ribelle che nessuno può addomesticare”. Fatto sta che il suo cuore si sposta altrove. Quando Don José, dopo l’ennesimo richiamo del mondo che ha lasciato alle spalle da parte di Micaela, decide di andare dalla madre morente, l’inevitabile accade. Carmen si innamora di Escamillo, il torero. E non di un amore passeggero. Il torero rappresenta tutto ciò che Don José non è più: forza, sicurezza, successo, libertà. Quando Don José ritorna, trova un sentimento ormai consolidato e comprende che ciò a cui ha sacrificato ogni cosa gli sta sfuggendo dalle mani. L’ultima scena, davanti alla corrida, è devastante. Don José è un uomo distrutto. Non ha più una famiglia, non ha più una carriera, non ha più una patria. Gli resta soltanto Carmen. La mette allora davanti a una scelta impossibile: scegliere me o la morte. Ma Carmen non arretra. scegliere me o la morte Sa cosa rischia. Sa che la morte è vicina. Eppure, rifiuta di rinunciare alla propria libertà. Sceglie di restare fedele a sé stessa. Sceglie la morte. Morirà da donna libera.
Una tragedia ancora contemporanea
Guardare Carmen nel 2026, in un’epoca segnata da continui casi di femminicidio, dà a questo finale una forza ancora più dolorosa. La frase non viene mai pronunciata in questi termini, ma il senso è lo stesso: “o me o la morte”. È una tragedia antica e terribilmente contemporanea. Un militare appare e tenta di violentare Carmen, così viene circondato dagli zingari che lo rapiscono per il riscatto. Don Josè deve fare la sua scelta, e sceglie Carmen, entrando a far parte dei contrabbandieri. Cambio palco, adesso è tutto verde, il fumo, una macchina da guerra, un casolare perso nel buio dell’isolamento, pieno di armi, sa di metallo. avviene il riscatto, la vita di Don José è segnata per sempre, da allora sarà un fuggitivo. Quello che non prevede è che il suo sacrificio è vano, come tutti sappiamo Carmen, un po’ per paura del destino che la lega a Don Josè ovvero la morte, un po’ perché l’”amore è zingaro”, si innamorerà di un altro uomo, e quando, dopo l’ennesimo sollecitamento da parte del messaggero, Don Josè decide di tornare a casa a visitare la madre, consoliderà questo amore. Carmen ama il torero più di quanto abbia mai amato ogni altro uomo. Così quando Don Josè ritorna, prima della corrida, e distrutto la mette davanti ad una scelta, segui me o la morte, Carmen sceglie la morte. Morirà da donna libera. Guardare la Carmen nel 2026 con la moltitudine di casi di femminicidio, mette in prospettiva l’idea che queste situazioni sono sempre esistite, scegli, o me o la morte. La tragedia per antonomasia. Ma Carmen figura come un demone, il demonio che distrusse la vita di Don José, quando nella realtà sappiamo che ognuno è artefice del proprio destino e delle proprie scelte. Per molto tempo Carmen è stata letta come una figura quasi demoniaca, la donna che distrugge la vita di Don José. Ma osservandola oggi è difficile non vedere il contrario. Carmen non costringe nessuno. Non obbliga Don José ad abbandonare la divisa, la famiglia o il proprio futuro. Quelle scelte appartengono a lui. Ed è forse questa la vera tragedia dell’opera: non il potere distruttivo di Carmen, ma l’incapacità di Don José di accettare che l’amore non possa essere possesso. Ognuno, alla fine, è artefice del proprio destino. La Scala presenta una scenografia che permette di vedere simultaneamente il dentro e il fuori, ciò che accade nel privato e ciò che accade nello spazio pubblico, simultaneamente. Ne nasce una sensazione quasi vertiginosa: ci si perde all’interno della scena perché il movimento non si arresta mai, proprio come nella vita. La contemporaneità dell’interno e dell’esterno, costruita attorno a questo casolare che attraversa il palco, ci ricorda che l’esistenza scorre ovunque nello stesso momento. Fuori e dentro. Nel privato e nel collettivo. Nelle piccole tragedie dei singoli e nella molteplicità dell’esistenza che lentamente si consuma davanti ai nostri occhi. Lo spettatore finisce così per abbracciare una totalità di eventi che non ha mai un unico centro stabile. Le luci sono straordinarie. Si contrastano, si rincorrono, aumentano la tensione e la guidano. Sembrano danzare insieme ai personaggi e allo spettatore, accompagnando il passaggio dalla notte al giorno, dal sogno alla realtà. Hanno il sapore del metallo, della terra, della corrida, di una Spagna violenta e carnale ma allo stesso tempo misteriosa e immaginata e trasognante, ma anche qualcosa di più oscuro: l’inferno, il peccato, il desiderio, l’amore, la violenza e la morte. La fine, però, mi ha lasciata un po’ interdetta. L’attesa morte di Carmen arriva inesorabile. Dopo aver difeso fino all’ultimo la propria libertà e il proprio diritto di scegliere, il destino annunciato per tutta l’opera si compie. Carmen rifiuta Don José fino alla fine e viene uccisa da lui fuori dall’arena della corrida, mentre la folla acclama Escamillo all’interno. Il climax è al suo picco proprio nel momento in cui cala il sipario. Rimango titubante. È davvero finita? Per un istante mi aspetto ancora qualcosa. Un respiro in più. Una sospensione ulteriore. Invece no. Lo spettacolo è concluso. E io sono ancora immersa in quell’atmosfera di morte che stringe la gola, mentre già dovrei applaudire. Lo stacco è violento. Vorrei restare ancora lì dentro. Vorrei condividere fino in fondo la rovina di Don José, sentire il peso della sua perdita e della sua colpa, restare ancora davanti a quella figura della morte che ha attraversato tutta la vicenda. E invece le luci si accendono e il teatro chiama il suo ritorno alla realtà, all’applauso scrosciante. Perché non si può fare altro che applaudire. Applaudire le voci di Clémentine Margaine (Carmen) e Vittorio Grigolo, che hanno attraversato fino in fondo questa storia di desiderio e distruzione. Applaudire Giorgi Manoshvili (Escamillo), le prostitute, i contrabbandieri, Micaëla, spaurita che ha affrontato la paura per portarsi a casa Don José a salutare la madre morente i militari, i bambini. Applaudire la nebbia del bosco, il sapore del metallo, la sabbia sottile, le luci e le ombre, gli zingari, la corrida, la vita e la morte. Non si può fare altro che applaudire questa Scala che, nonostante il passare degli anni, continua a dimostrare come certe tragedie non smettano di essere uno specchio del presente. Perché Carmen, oggi come nel 1875, resta una storia di libertà, desiderio, possesso e distruzione. E forse proprio per questo continua a essere così disturbante, così viva, così necessaria.
“Ed è forse questa la vera tragedia dell’opera: non il potere distruttivo di Carmen, ma l’incapacità di Don José di accettare che l’amore non possa essere possesso”

Carmen sceglie la libertà anche a costo della vita


