BIENNALE ARTE DI VENEZIA 2026
Le bambole-bambini e la fragilità che ci rende umani
Nel Padiglione del Giappone della Biennale Arte di Venezia 2026, Ei Arakawa-Nash invita il visitatore a prendersi cura di uno dei suoi neonati iperrealistici. Un gesto semplice che si trasforma in una profonda riflessione sul valore della fragilità, della cura e della responsabilità in una società attraversata da profonde trasformazioni tecnologiche.
Angela Maria Scullica
Entrando nel Padiglione del Giappone alla Biennale Arte di Venezia 2026, si ha l’impressione di entrare in un luogo abitato da decine di bambini di pochi mesi. Hanno le dimensioni, il peso e l’aspetto di neonati reali. Sono ovunque: distesi sui materassi, sospesi nelle culle, affacciati alle finestre, nascosti nel giardino o arrampicati sulle impalcature. La loro presenza sembra chiedere una sola cosa: essere presi in braccio. E il visitatore è libero di farlo. Può sceglierne uno, cullarlo, accarezzarlo, abbracciarlo e accompagnarlo lungo il percorso espositivo, trasformandosi, quasi senza accorgersene, in chi se ne prende cura. L’esperienza è costruita nei minimi dettagli. Lungo il percorso sono presenti aree dedicate al cambio del pannolino, spazi per la cura e l’accudimento, come se quei bambini avessero realmente bisogno dell’attenzione degli adulti. I loro corpi sono morbidi, flessibili, piacevoli da tenere tra le braccia. La sensazione tattile contribuisce a rendere l’esperienza sorprendentemente realistica. Pur sapendo perfettamente che si tratta di bambole, il visitatore finisce per sorreggerle con delicatezza, proteggerle e stringerle a sé con naturalezza. È quasi impossibile non instaurare con loro un rapporto istintivo di cura.
Quando la cura diventa un’opera d’arte
Dopo i primi istanti di osservazione, nasce spontaneamente il desiderio di sceglierne uno. Da quel momento il rapporto cambia: il bambino viene portato con sé lungo tutto il percorso espositivo, cullato, accarezzato, stretto tra le braccia. È sorprendente quanto sia difficile separarsene, nonostante la consapevolezza che si tratti soltanto di una bambola. Ed è proprio questa la reazione che l’artista giapponese Ei Arakawa-Nash, insieme ai curatori del Padiglione del Giappone, intendeva suscitare. L’opera Grass Babies, Moon Babies non nasce infatti per mettere alla prova le emozioni del visitatore, ma per trasformarlo, anche solo per pochi minuti, in una persona che si prende cura di qualcun altro. Attraverso un gesto semplice e universale – tenere in braccio un bambino – il padiglione richiama l’attenzione su una delle questioni più urgenti del nostro tempo: quale futuro siamo disposti a costruire per le nuove generazioni? In un mondo attraversato da guerre, crisi demografiche, disuguaglianze e profonde trasformazioni sociali, la cura non può più essere considerata soltanto una dimensione privata. Diventa una responsabilità condivisa. I bambini del padiglione rappresentano così tutti coloro che dipendono dalle nostre scelte e dalla nostra capacità di proteggerli, ricordandoci che il futuro dell’umanità comincia sempre da un gesto di cura.

La cura come fondamento della convivenza
È una riflessione di straordinaria attualità. Viviamo in una società che premia sempre più spesso la competizione, la produttività, l’efficienza e la performance individuale. In questo scenario, la vulnerabilità rischia di essere percepita come un limite anziché come una condizione universale dell’esistenza umana. Eppure, ciascuno di noi, nel corso della vita, sperimenta la dipendenza dagli altri: all’inizio dell’esistenza, durante la malattia, nella vecchiaia o nei momenti di maggiore difficoltà. Per questo la cura non riguarda soltanto l’infanzia. Riguarda tutte le persone che, in modi diversi, non possono affrontare da sole il peso della vita: gli anziani, i malati, le persone con disabilità, chi è costretto a fuggire dalla guerra, chi vive ai margini della società e le generazioni che erediteranno il mondo che oggi stiamo costruendo. Il Padiglione del Giappone ci ricorda che il grado di civiltà di una società non si misura soltanto dalla ricchezza che produce, dallo sviluppo tecnologico che raggiunge o dalla capacità di competere, ma soprattutto dal modo in cui sa prendersi cura di chi è più vulnerabile. È una riflessione che assume un significato ancora più profondo in un’epoca segnata da conflitti armati, crisi climatiche, instabilità geopolitiche e crescente polarizzazione sociale. Quando il mondo diventa più duro e incerto, la cura non rappresenta un gesto di debolezza, ma una forma di responsabilità civile. È forse questo il messaggio più profondo dell’opera di Ei Arakawa-Nash: nessuna società può durare nel tempo se perde la capacità di riconoscere il valore della vulnerabilità e di farsene carico. Prima ancora di essere un sentimento, la cura è una scelta culturale. Ed è proprio da quella scelta che dipendono la qualità della nostra convivenza e, in fondo, l’idea stessa di civiltà.

La fragilità come valore e responsabilità
Curare significa anche assumersi una responsabilità. Significa riconoscere che la libertà individuale non può esistere senza un impegno nei confronti dell’altro e che ogni comunità si fonda su un equilibrio tra diritti e doveri, autonomia e solidarietà. La cura non è soltanto un gesto di affetto: è un atto di responsabilità verso chi dipende dalle nostre scelte e dalla nostra capacità di proteggerlo. La storia mostra come nessuna civiltà si sia mantenuta forte a lungo facendo affidamento esclusivamente sulla forza, sulla ricchezza o sul progresso tecnologico. Le società prosperano quando riescono a costruire legami di fiducia, solidarietà e responsabilità reciproca; al contrario, quando la competizione diventa l’unico criterio di valore e la fragilità viene considerata un peso da emarginare, il tessuto sociale inizia lentamente a disgregarsi. Il declino di una civiltà non comincia soltanto con una crisi economica o politica, ma anche quando viene meno la capacità di riconoscere il valore dell’altro e di prendersene cura. È proprio questa la riflessione che il Padiglione del Giappone consegna al visitatore. Tenere tra le braccia uno di quei bambini significa sperimentare, anche solo per pochi minuti, che la cura non è un sentimento astratto, ma una scelta concreta. È il gesto attraverso cui una società decide quale futuro vuole costruire e quali valori intende trasmettere alle generazioni che verranno.

L’intelligenza artificiale ci renderà ancora capaci di prenderci cura?
Questa esperienza assume un significato ancora più profondo se osservata alla luce delle trasformazioni tecnologiche che stanno caratterizzando il XXI secolo. Negli ultimi anni lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e della robotica umanoide ha conosciuto un’accelerazione straordinaria. In particolare, Giappone, Cina e Corea del Sud sono oggi tra i Paesi più avanzati nella progettazione di robot antropomorfi sempre più simili agli esseri umani, dotati di volti espressivi, pelle sintetica, movimenti naturali e sistemi di intelligenza artificiale capaci di apprendere, dialogare e riconoscere le emozioni. Il Padiglione del Giappone non affronta direttamente questo tema. Tuttavia, osservato alla luce delle trasformazioni tecnologiche del nostro tempo, suggerisce una domanda destinata a diventare sempre più attuale: che cosa accadrà quando la nostra naturale inclinazione a prenderci cura dell’altro potrà rivolgersi anche a esseri artificiali quasi indistinguibili da una persona? Se oggi è sufficiente una bambola straordinariamente realistica per suscitare un autentico sentimento di protezione e di affetto, quali relazioni nasceranno domani con robot capaci di parlare, ricordare, imparare e rispondere alle nostre emozioni? Non si tratta di temere la tecnologia, ma di comprenderne le implicazioni etiche, psicologiche e sociali. La questione non riguarda tanto ciò che le macchine saranno in grado di provare, quanto ciò che noi saremo disposti a provare nei loro confronti. La capacità di affezionarsi, di creare legami e di prendersi cura potrebbe infatti estendersi a forme di vita artificiale sempre più sofisticate, aprendo interrogativi inediti sul significato delle relazioni umane, dell’empatia e della responsabilità. Numerosi studi di psicologia mostrano quanto sia naturale attribuire intenzioni, emozioni e personalità anche a oggetti privi di vita. Con umanoidi sempre più realistici questo processo potrebbe diventare ancora più intenso, modificando il nostro modo di costruire relazioni, di vivere la solitudine, di educare, di assistere gli anziani e, più in generale, di concepire la presenza dell’altro. È una prospettiva che apre questioni etiche, psicologiche e sociali di enorme portata. Potremmo arrivare ad affidarci a macchine che sapranno ascoltarci, confortarci e comprenderci meglio di molte persone? Potremmo preferire relazioni prive del rischio del conflitto, della delusione o dell’abbandono? E quale spazio rimarrà, in questo scenario, per la complessità e l’imprevedibilità delle relazioni autenticamente umane? Sarebbe una trasformazione senza precedenti, perché per la prima volta nella storia l’essere umano potrebbe scegliere di investire parte della propria vita affettiva in relazioni costruite con intelligenze artificiali progettate per comprenderlo, rassicurarlo e non contraddirlo mai.

Il futuro dell’umanità passa ancora dalla cura
Il Padiglione del Giappone non offre risposte. E probabilmente non è questo il suo obiettivo. Riesce però a ricordarci qualcosa di essenziale: la cura non nasce dalla perfezione dell’altro, ma dal riconoscimento della sua vulnerabilità. È proprio la fragilità a renderci responsabili. Per questo l’esperienza di prendere in braccio uno di quei bambini rimane impressa ben oltre la visita. Non perché il visitatore dimentichi che si tratta di una bambola, ma perché scopre che la cura è prima di tutto una disposizione dell’essere umano. È una scelta. Una scelta che determina il modo in cui guardiamo il mondo e il valore che attribuiamo alla vita degli altri. All’inizio del percorso ciascuno è libero di scegliere un bambino. Sembra un gesto semplice, quasi un gioco. Ma uscendo dal padiglione ci si rende conto che quella scelta era molto più di un’esperienza artistica. Era una metafora della condizione umana. Ogni società, ogni generazione e ogni individuo sono chiamati, ogni giorno, a decidere di chi prendersi cura. È forse questo il messaggio più profondo che Ei Arakawa-Nash affida al nostro tempo. Mentre l’intelligenza artificiale e la robotica umanoide trasformano sempre più rapidamente il nostro modo di vivere, lavorare e costruire relazioni, il vero progresso non dipenderà soltanto dalla capacità di sviluppare tecnologie sempre più sofisticate, ma soprattutto dalla capacità di conservare ciò che rende autenticamente umana una civiltà: il riconoscimento della fragilità come valore e della cura come responsabilità condivisa. Perché una società non è definita soltanto da ciò che è capace di costruire, ma anche da ciò che sceglie di proteggere. Ed è proprio nella cura dell’altro, soprattutto quando è fragile e indifeso, che una civiltà rivela il volto più autentico della propria umanità.


Giornalista


