BIENNALE ARTE DI VENEZIA 2026
Perché il silenzio della talpa è così contemporaneo
Al Padiglione della Repubblica Ceca e Slovacca della Biennale Arte di Venezia 2026, The Silence of the Mole di Jakub Jansa trasforma una creatura sospesa tra l’umano e l’animale in una riflessione sull’appartenenza. Attraverso il dialogo con Kafka, l’opera racconta l’alienazione silenziosa del nostro tempo e il bisogno di sentirsi riconosciuti per poter abitare davvero il mondo.
Angela Maria Scullica
Entrando nel Padiglione della Repubblica Ceca e Slovacca alla Biennale Arte di Venezia 2026 si ha la sensazione di lasciare il mondo esterno alle proprie spalle. La luce scompare. Davanti si apre uno spazio immerso nel buio, dominato da un grande schermo. Intorno, il silenzio. Alcuni visitatori sono già seduti a terra. Altri entrano, osservano per qualche istante e poi, quasi senza rendersene conto, decidono di restare. Nessuno parla. È come se il padiglione imponesse un ritmo diverso, invitando a rallentare e a sospendere, almeno per qualche minuto, la frenesia con cui normalmente si attraversa la Biennale.
L’opera, The Silence of the Mole, realizzata da Jakub Jansa con Selmeci Kocka Jusko e curata da Peter Sit, non cerca di stupire con effetti spettacolari. Fa qualcosa di molto più raro: modifica il tempo dello spettatore. Lo conduce lentamente nelle profondità della terra, dentro un ambiente fatto di buio, silenzio e attesa, fino a far dimenticare quasi dove ci si trovi. Poi compare lei. Non è una talpa nel senso comune del termine. È una creatura sospesa tra l’umano e l’animale. Cammina in posizione eretta, ma con il corpo ricurvo e i movimenti incerti. Quando emerge dal sottosuolo non trasmette la sicurezza di chi torna alla luce, ma l’esitazione di chi entra in un luogo che non sente più davvero suo. Avanza lentamente, quasi cercando di non essere vista. Più che paura, comunica una profonda sensazione di estraneità.
È in questa figura che il film rivela il suo significato più profondo. La talpa non è semplicemente una creatura fantastica, ma l’incarnazione di una condizione sorprendentemente contemporanea: quella di chi desidera incontrare il mondo, ma fatica a sentirsi davvero parte di esso.

Una fragilità condivisa
Ed è forse per questo che, dopo i primi minuti, accade qualcosa di insolito. Lo spettatore smette di osservare la talpa come un personaggio e comincia, quasi inconsapevolmente, a condividere il suo sguardo sul mondo. Il tempo rallenta. Il silenzio diventa parte dell’esperienza. L’attenzione non è più catturata dall’attesa che accada qualcosa, ma dal modo in cui quella creatura attraversa lo spazio, esita, osserva, si ritrae e poi trova il coraggio di compiere un altro passo.
Alla Biennale è raro assistere a una scena del genere. Normalmente si entra in un padiglione, si osserva un’opera per qualche minuto e si passa alla successiva. Qui accade l’opposto. Le persone si siedono e rimangono. Basta distogliere per un istante lo sguardo dallo schermo per accorgersi che diversi visitatori sono ancora lì, immobili nella penombra, accomunati dalla stessa attenzione.
È un paradosso affascinante. Un’opera che mette in scena la solitudine riesce a creare una comunità silenziosa. Nessuno parla, eppure tutti sembrano vivere la stessa esperienza. Per qualche minuto il padiglione si trasforma esso stesso in una tana condivisa, un luogo in cui sconosciuti rallentano insieme, sospendono il ritmo frenetico della Biennale e si concedono il tempo di osservare una fragilità che, in fondo, riconoscono anche come propria.
Naturalmente, ciascuno guarda quella creatura in modo diverso. C’è chi prova disagio, chi tenerezza, chi rimane semplicemente incuriosito. Ma è difficile rimanere indifferenti. La talpa non chiede di essere ammirata né pienamente compresa. Chiede soltanto di poter esistere. Ed è proprio questa vulnerabilità, esibita senza enfasi e senza eroismi, a creare un legame profondo con chi guarda.

Sentirsi fuori posto
Ma ciò che rende la talpa così intensa non è soltanto la sua fragilità. È il modo in cui sembra abitare il mondo. Non appartiene davvero al sottosuolo da cui proviene, ma non sembra appartenere nemmeno alla superficie che ha appena raggiunto. Si muove come chi si trova in un luogo familiare e, nello stesso tempo, completamente estraneo.
Ogni gesto è misurato. Ogni passo sembra preceduto da un’esitazione. Lo sguardo osserva ciò che lo circonda con curiosità, ma anche con una prudenza che sfiora la diffidenza. È come se quella creatura avvertisse continuamente il rischio di essere fuori posto. Non cerca di conquistare lo spazio che attraversa. Al contrario, sembra chiedere il permesso di entrarvi, quasi desiderasse esistere senza disturbare. È come se il suo desiderio più profondo fosse quello di essere riconosciuta non per ciò che fa, ma semplicemente per ciò che è. Di poter abitare il mondo senza dover scegliere tra l’essere invisibile e il disturbare con la propria presenza. È una presenza che non rivendica nulla. Non combatte, non si ribella, non cerca di imporsi. Cerca semplicemente un modo per stare nel mondo senza esserne respinta. Ed è proprio questa discrezione, questa esitazione continua, a renderla profondamente umana.
La sua solitudine, infatti, non nasce soltanto dall’assenza degli altri. Nasce da qualcosa di più profondo: dalla difficoltà di sentirsi parte del mondo che la circonda. È la condizione di chi osserva la realtà dall’esterno, di chi vorrebbe attraversarla senza rinunciare a sé stesso, ma teme di non trovare un luogo in cui poter davvero appartenere.
Per questo la talpa non rappresenta semplicemente la paura. Rappresenta una forma silenziosa di alienazione. Non quella che esplode nel conflitto o nella ribellione, ma quella che si manifesta nella sensazione di essere sempre leggermente fuori posto, di non riuscire mai a sentirsi davvero parte del luogo in cui ci si trova.
È proprio in questa forma di alienazione che The Silence of the Mole rivela tutta la sua forza. Quella creatura non diventa il simbolo di un problema, ma di un’esperienza profondamente umana: la ricerca di un equilibrio tra il desiderio di appartenere e la necessità di rimanere fedeli a sé stessi.
La tana e il mondo
Questa condizione richiama inevitabilmente l’universo di Franz Kafka, al quale il padiglione si ispira esplicitamente. Nel racconto incompiuto La tana (Der Bau), il protagonista costruisce un rifugio sempre più sofisticato per difendersi dalle minacce del mondo esterno. Ma, proprio mentre cerca di rendere quel luogo perfettamente sicuro, scopre che nessuna protezione è sufficiente. Ogni nuovo accorgimento genera un nuovo timore, ogni tentativo di eliminare il pericolo finisce per renderlo ancora più presente.
La tana, così, smette di essere un rifugio e diventa uno stato d’animo. Non è più soltanto uno spazio fisico, ma il luogo in cui prende forma l’impossibilità di sentirsi davvero al sicuro e davvero “a casa”. Più il protagonista cerca di difendersi dal mondo, più il mondo diventa estraneo e minaccioso.
La talpa di The Silence of the Mole sembra vivere la stessa contraddizione. Quando emerge dal sottosuolo non incontra un ambiente oggettivamente ostile. È il suo rapporto con il mondo a essere cambiato. Ogni gesto rivela l’incertezza di chi non sa più dove collocarsi, di chi vorrebbe avanzare ma continua a voltarsi verso il proprio rifugio. La paura non nasce soltanto da ciò che potrebbe accadere fuori. Nasce soprattutto dalla difficoltà di sentirsi appartenere a un luogo.
È forse questa la riflessione più profonda proposta dal padiglione. Kafka ci ricorda che nessun rifugio, per quanto sicuro, può sostituire il mondo. L’essere umano ha bisogno di protezione, ma anche di relazioni, di riconoscimento e di appartenenza. Quando la ricerca della sicurezza prende il posto dell’incontro con l’altro, il rifugio rischia di trasformarsi in una prigione invisibile. La talpa sembra trovarsi proprio su questo confine: non può rinunciare alla tana, perché rappresenta ciò che le è familiare, ma non può nemmeno rinunciare al mondo, perché è soltanto nel rapporto con gli altri che può sperare di trovare un luogo a cui appartenere.
Per questo non appare come una figura da giudicare o da compatire. Diventa, piuttosto, uno specchio nel quale riconoscere una tensione che attraversa l’esistenza umana: il desiderio di trovare un posto nel mondo senza rinunciare a ciò che siamo.

Appartenere è più che esserci
Il bisogno di appartenenza è uno dei bisogni più profondi dell’essere umano. Significa sentirsi accolti, riconosciuti, parte di una comunità, di una cultura, di una storia. Significa poter abitare un luogo senza avvertire continuamente la necessità di giustificare la propria presenza. Eppure l’appartenenza non è mai una conquista definitiva. Ogni epoca ridefinisce il modo in cui gli individui costruiscono il proprio rapporto con il mondo. Anche oggi, mentre le possibilità di comunicare e di entrare in contatto con gli altri si sono moltiplicate, molte persone sperimentano una forma di estraneità più silenziosa e difficile da riconoscere. Non è necessariamente isolamento. È piuttosto la sensazione di essere presenti senza sentirsi davvero parte di ciò che ci circonda. La talpa sembra dare corpo proprio a questa esperienza. Non è esclusa dal mondo. Il mondo è davanti a lei. Può attraversarlo, osservarlo, perfino entrarvi. E tuttavia continua a muoversi come se ogni passo richiedesse una conferma, come se dovesse continuamente verificare di avere il diritto di essere lì. È una condizione che riguarda molte persone. Si può vivere circondati da altri esseri umani e continuare a sentirsi estranei. Si può partecipare a una comunità senza percepirsi realmente accolti. Si possono attraversare gli stessi luoghi di tutti gli altri senza riuscire a riconoscerli come propri. L’estraneità, allora, non dipende tanto dalla distanza fisica quanto dalla difficoltà di trasformare uno spazio in un luogo di appartenenza. È forse questo il motivo per cui la talpa suscita una partecipazione così intensa. La sua vulnerabilità non nasce dalla debolezza, ma dall’incertezza di chi continua a cercare il proprio posto nel mondo. Non smette di uscire dalla tana, non rinuncia all’incontro con ciò che è diverso. Ma ogni passo rivela quanto sia difficile sentirsi davvero “a casa” quando il legame con il mondo appare fragile. In questa prospettiva, The Silence of the Mole suggerisce che appartenere non significa semplicemente essere presenti in un luogo. Significa poterlo abitare senza paura, riconoscersi nelle relazioni che lo attraversano e sentirsi, finalmente, parte di una realtà condivisa. È una conquista che non si ottiene chiudendosi nel proprio rifugio, ma accettando la vulnerabilità che ogni autentico incontro con il mondo inevitabilmente comporta. È proprio qui che l’opera apre una riflessione sul significato dell’alienazione nel mondo contemporaneo. Non l’alienazione spettacolare fatta di conflitti o di isolamento assoluto, ma quella più silenziosa e difficile da riconoscere che può insinuarsi anche nella vita quotidiana. Si può essere costantemente in relazione con gli altri e, allo stesso tempo, avvertire la sensazione di non appartenere davvero a ciò che si vive. Si possono attraversare gli stessi luoghi, condividere gli stessi spazi, partecipare alle stesse comunità e continuare, tuttavia, a sentirsi come ospiti. La talpa incarna proprio questa forma di estraneità. Non è esclusa dal mondo, ma fatica ad abitarlo. Ogni suo passo sembra misurare la distanza che la separa da un’appartenenza piena. È come se il confine più difficile da attraversare non fosse quello tra il sottosuolo e la superficie, ma quello che separa l’esistenza dalla possibilità di sentirsi realmente “a casa”. Questa è una delle inquietudini più profonde del nostro tempo. Viviamo in società sempre più connesse, attraversate da reti di comunicazione, da mobilità e da possibilità di relazione senza precedenti. Eppure, proprio questa continua connessione non coincide necessariamente con una maggiore appartenenza. Comunicare non significa sempre entrare in relazione. Essere visibili non significa sentirsi riconosciuti. Essere presenti non significa sentirsi parte di una comunità. L’alienazione assume così una forma nuova. Non nasce soltanto dalla distanza dagli altri, ma dalla difficoltà di costruire legami che ci permettano di riconoscerci nel mondo che abitiamo. È un’esperienza che non riguarda necessariamente chi è solo, ma anche chi vive immerso in relazioni numerose e continue. Per questo è spesso invisibile. Non si manifesta con gesti clamorosi, ma con quella sottile sensazione di estraneità che accompagna chi, pur essendo ovunque, fatica a sentirsi davvero in un luogo. È questa la ragione per cui la figura della talpa continua ad accompagnare il visitatore anche dopo aver lasciato il padiglione. Non perché offra una risposta, ma perché rende visibile una domanda che riguarda ciascuno di noi: che cosa significa, oggi, sentirsi davvero parte del mondo?
Il coraggio di abitare il mondo
Quando il visitatore lascia il Padiglione della Repubblica Ceca e Slovacca, la sensazione è diversa da quella con cui era entrato. Il silenzio, il buio, il ritmo rallentato che all’inizio sembravano semplicemente gli elementi di un’installazione si rivelano parte di un’esperienza molto più profonda. La talpa continua ad accompagnarlo ben oltre la fine del film. Non perché sia un personaggio memorabile o una figura fantastica particolarmente riuscita, ma perché riesce a dare forma a qualcosa che spesso rimane invisibile: il desiderio di appartenere senza rinunciare alla propria identità e la ricerca di un luogo in cui poter esistere senza dover continuamente giustificare la propria presenza. La talpa diventa così il ritratto di una condizione profondamente contemporanea. Non rappresenta soltanto la paura o il bisogno di protezione, ma la difficoltà di trovare un luogo nel quale sentirsi riconosciuti e appartenere davvero. Eppure il padiglione non lascia il visitatore con un messaggio pessimista. Al contrario, suggerisce che l’appartenenza non nasce dalla chiusura, ma dalla disponibilità a esporsi all’incontro con l’altro. Ogni relazione autentica comporta una quota di vulnerabilità. Ogni comunità si costruisce accettando il rischio dell’incertezza. Non esiste un rifugio capace di sostituire ciò che soltanto il mondo può offrirci: il confronto, la scoperta, la possibilità di cambiare. Ed è probabilmente questo il motivo per cui, nel silenzio del padiglione, decine di sconosciuti rimangono seduti gli uni accanto agli altri senza fretta di andarsene. Per qualche minuto condividono la stessa esperienza, lo stesso tempo sospeso, la stessa attenzione. È come se quella creatura fragile riuscisse a ricordare a ciascuno che appartenere non significa trovare un luogo perfetto, ma avere il coraggio di abitare il mondo con tutta la propria vulnerabilità. Perché è soltanto nel fragile equilibrio tra il bisogno di sentirsi al sicuro e il coraggio di esporsi all’incontro con l’altro che l’essere umano smette di sentirsi estraneo e comincia, finalmente, ad abitare il proprio tempo.

Giornalista


