INTERVISTA
MARCO MASINI “Il mondo cambia, le emozioni restano”
Dopo Sanremo e il successo del duetto con Fedez, Marco Masini torna nei palasport con una nuova tournée. Tra libertà espressiva, fragilità e contaminazioni musicali, il cantautore riflette sul valore dell’autenticità, sul rapporto tra generazioni e sul potere delle canzoni di attraversare il tempo, conservando intatta la propria forza emotiva
Uno dei cantautori italiani più amati, capace di attraversare generazioni senza chiedere il permesso al tempo. Marco Masini riparte dai palasport d’Italia: il 3 novembre a Milano, il 4 a Firenze, poi Padova, Roma e Napoli (per ora). Una nuova tournée che arriva dopo il Festival di Sanremo, il duetto straordinario con Fedez e il successo di “Male necessario”. Lo abbiamo incontrato per parlare di libertà, fragilità, musica e di un mondo nel quale tutti sembrano avere qualcosa da dire, ma non sempre qualcosa da raccontare.
Marco, dopo anni di carriera, si sente più libero di dire quello che pensa o il successo, paradossalmente, finisce per imporre nuove forme di autocensura?
“Credo che ci sia una normale evoluzione, una maturità che si acquisisce con il tempo, attraverso l’esperienza, gli errori, le cose buone e quelle meno buone che si fanno. Io seguo l’istinto e la ragione, e ho sempre cercato di mantenere un equilibrio tra queste due componenti. Rispetto agli anni Novanta, oggi quell’equilibrio è ancora più forte. Non ho bisogno di inseguire le mode: cerco di fare quello che sento”.
Le sue canzoni hanno dato voce a sentimenti che molti preferivano nascondere. Ma c’è una differenza tra trasformare il dolore in arte e rischiare di diventare prigionieri dell’immagine dell’uomo che soffre?
“Credo che tutto sia legato anche a un periodo storico. In quegli anni c’erano molta sofferenza, smarrimento, sfiducia nel mondo che stava arrivando. Io sono riuscito a rappresentare quel sentimento, anche grazie alla mia voce, che aveva una sua particolarità, quasi un’armonica distorta, capace di sdoppiarsi e di dare forma a certe emozioni. Poi si cresce, si scrivono altre cose, si cambia. Se hai vissuto davvero gli anni Novanta, a un certo punto ti accorgi che tutto quello che volevi cambiare, in qualche modo, ha cambiato anche te. E impari a fare i conti con questa realtà”.

“A un certo punto ti accorgi che tutto quello che volevi cambiare, in qualche modo, ha cambiato anche te”, dice Marco Masini
Quando riascolta le canzoni degli inizi, incontra un uomo che non riconosce più oppure ritrova qualcosa di sé senza modifiche?
“Non siamo cambiati tutti, ovviamente. Magari i tratti somatici sono rimasti simili, anche se basta farsi crescere la barba per sembrare un altro. Al di là dell’aspetto, credo che la mia sia stata un’evoluzione coerente. Non ho cambiato il mio modo di essere: si è evoluto, questo sì. Ho sempre cercato di emozionare le persone, con un testo, con una canzone più urlata o con qualcosa di più intimo. Anche nella vita quotidiana. Mi riconosco perché sono l’evoluzione di me stesso. Non sono passato da chierichetto a delinquente: ho avuto un’educazione da genitori meravigliosi, anche se mia madre se n’è andata troppo presto. Sono rimasto quello, con tutto quello che la vita mi ha insegnato”.
Secondo lei oggi gli uomini sono davvero più liberi di mostrarsi vulnerabili oppure hanno solo imparato a raccontare meglio le proprie fragilità?
“È cambiata la comunicazione, ed è cambiato tutto. Quello che appare viene spesso distorto. La tecnologia ci permette di presentarci diversi, persino migliori di come siamo, ma anche di sapere prima e di conoscere di più. Nel bene e nel male. La comunicazione sta influenzando moltissimo il nostro modo di vivere e continuerà a influenzare l’umanità. Bisogna capire quanto ci sia di autentico in quello che mostriamo e quanto, invece, sia soltanto immagine”.
Le sue canzoni sono cantate da persone di età diverse. Che cosa prova quando vede i ragazzi di oggi cantare parole scritte magari prima che loro nascessero?
“È una delle soddisfazioni più belle che la musica possa darmi: vedere dei genitori portare i figli a un concerto e ritrovarli a cantare le stesse canzoni. Con Federico, a Sanremo, ho raggiunto un punto importante. Lui è più giovane ed è padre, io non sono più giovane e non sono padre, eppure così siamo riusciti ad arrivare a una nuova generazione di ragazzi. C’è stato molto rispetto reciproco, sia artisticamente sia in studio di registrazione. Lavorare con giovani musicisti, anche nati negli anni Duemila, mi piace: scoprire musica nuova è fondamentale. Se non lo fai, rischi di rimanere fermo a quella vecchia. E la musica, per me, è vita”.
Dopo il duetto con Fedez all’ultimo Sanremo, certe canzoni hanno trovato una nuova lettura e conquistato il pubblico. Il rap e la trap sono davvero così lontani dal suo mondo?
“Io non ho mai diviso la musica in generi. Ho sempre dato la priorità alle emozioni. Mi piace ascoltare certe sonorità, anche quando arrivano da mondi diversi dal mio. Ci sono produzioni rap e trap incredibili, e considero questa contaminazione un arricchimento per tutti. Ascolto anche musica contemporanea internazionale, per esempio quando mi alleno in palestra: non soltanto per caricarmi, ma perché ci trovo idee, suoni e intuizioni interessanti. Ci sono cose inglesi bellissime. E poi tornano continuamente gli anni Ottanta, gli anni Novanta. La musica non sta mai ferma. E meno male: altrimenti finiremmo per ascoltare sempre la stessa canzone, anche quando cambia il titolo”.

“Con Federico, a Sanremo, ho raggiunto un punto importante”, dice Marco Masini qui con Fedez.
Si può ancora chiedere al pubblico di ascoltare un brano più volte, di entrare in una canzone senza pretendere che conquisti tutto in trenta secondi?
“È cambiato anche il modo di realizzare la musica. Oggi spesso basta un telefono per cominciare a produrre qualcosa, mentre è sempre più difficile che una multinazionale investa cifre importanti per realizzare un brano. Si cercano metodi funzionali, più economici. Ma la musica ha bisogno anche di tempo, di ricerca, di qualcuno che creda in un progetto. Non tutto può essere misurato immediatamente in numeri. Se una canzone ha qualcosa da dire, può arrivare alle persone anche dopo, magari quando meno te lo aspetti”.
La musica che potere ha secondo lei?
“Non credo che le nostre generazioni abbiano perso qualcosa, perché la musica ha un potere enorme. Una canzone è una fotografia: basta riascoltarla e ti ritrovi a vivere di nuovo un’adolescenza, un momento della tua vita, un’emozione che credevi lontana. Non perde valore con il tempo, anzi, magari viene scoperta da una nuova generazione. Che sia nuova o vecchia, la musica bella è bella perché colpisce la nostra emotività. Il mondo cambia, le emozioni restano. E continuiamo a emozionarci per le stesse cose: l’amore, la cura, la tenerezza. Sono sentimenti che non invecchiano”.
Se le chiedessi qual è oggi la sua canzone preferita del suo repertorio, quale sceglierebbe?
“Ti direi Caro Babbo. Era una lettera indirizzata a mio padre. È una canzone molto personale, che porta con sé un significato particolare. E lui l’ha gradita pià sottoforma di canzone, cosa che per me ha avuto un valore. Quando scrivi qualcosa di così intimo, non sai mai fino in fondo come verrà accolto dalla persona a cui è dedicato. In questo caso, la risposta è arrivata nel modo più bello”.
La musica vive di mode, ma anche di ritorni. Che cosa ci dice questo continuo viaggio all’indietro?
“La musica, come tutta l’arte, è fatta anche di ritorni. Succede con la moda: certe cose sembrano superate e poi tornano, magari trasformate. Se guardiamo il pop di oggi, troviamo melodie che ricordano gli anni Sessanta. Non si può mai sapere che cosa tornerà, né in quale forma. Il linguaggio cambia, le produzioni cambiano, ma le emozioni restano. È questo il punto: puoi cambiare gli strumenti, i suoni e persino il modo di ascoltare, ma se una canzone riesce ad arrivare dentro una persona, ha ancora qualcosa da dire”.
Adesso torna nei palasport, davanti a un pubblico che comprende più generazioni. Dopo tanti anni, che cosa cerca ancora quando sale sul palco?
“Cerco sempre la stessa cosa: emozionare. Posso essere cambiato, posso avere più esperienza e un equilibrio diverso, ma quando salgo sul palco voglio che una canzone arrivi. Che sia una persona che mi segue dagli inizi o un ragazzo che mi ha scoperto adesso, non fa differenza. Se riesco a creare quel rapporto, se per un momento la musica mette in comunicazione persone che magari appartengono a mondi diversi, allora sento di aver fatto qualcosa che vale la pena continuare a fare”.
«Una canzone è una fotografia: basta riascoltarla e ti ritrovi a vivere di nuovo un’adolescenza, un momento della tua vita, un’emozione che credevi lontana»


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