INTERVISTA
MICHELE SCIANCALEPORE Il teatro è un mistero che non smette di sorprenderci
Dal 27 ottobre torna su TV2000 Retroscena – I segreti del teatro. Il suo ideatore e conduttore racconta quasi vent’anni di incontri, scoperte e sperimentazioni, tra il linguaggio della scena e quello televisivo. Un viaggio dietro le quinte della creazione artistica, dove ogni spettacolo diventa occasione per interrogare l’uomo.
Dal 27 ottobre torna su TV2000 “Retroscena – I segreti del teatro”, il programma che da quasi vent’anni entra nei luoghi più segreti della creazione scenica. Un unicum nel panorama televisivo, capace di raccontare il teatro dall’interno, tra prove, incontri con gli artisti e un lavoro di montaggio che trasforma le immagini in una drammaturgia parallela. Michele Sciancalepore, giornalista professionista, laureato con lode in Lingue e letterature straniere moderne, con un master in giornalismo e una specializzazione post-laurea in comunicazione, lavora a TV2000 fin dalla nascita dell’emittente, nel 1998, come responsabile del settore spettacoli. Dal 2014 è critico teatrale di Avvenire. Autore, curatore e conduttore di Retroscena – I segreti del teatro, dal 2007 ha costruito un linguaggio televisivo molto originale, seguendo gli artisti non soltanto sul palcoscenico, ma soprattutto nel momento più fragile e affascinante del loro lavoro: quello in cui uno spettacolo ancora non esiste e cerca la propria forma. E il 2027 sarà l’anno dei vent’anni, da festeggiare al Teatro Argentina di Roma con una serata speciale dal titolo Viva il teatro, pensata anche come testimonianza di un percorso che ha fatto della competenza, della curiosità e della libertà di sguardo la propria cifra.

“Sono una persona che si è innamorata del teatro molto presto”, racconta Michele Sciancalepore
Michele Sciancalepore, giornalista, critico teatrale, autore e conduttore. Ma prima di tutto: chi è l’uomo che da quasi vent’anni cerca di svelare i segreti del teatro?
“Sono una persona che si è innamorata del teatro molto presto e che, da allora, non ha più smesso di interrogarsi su ciò che accade quando un attore sale sul palcoscenico. Mi interessa la scrittura drammaturgica, il lavoro del regista, la relazione tra gli interpreti, ma anche tutto quello che normalmente lo spettatore non vede. Il teatro è un organismo vivo, fatto di intuizioni, tentativi, errori, ripensamenti. E spesso la parte più interessante è proprio quella che precede il debutto. Con Retroscena ho cercato di entrare in questo mondo senza limitarmi a raccontarlo da fuori”.
Il 27 ottobre si riparte. Una puntata alla settimana per tutta la stagione. Dopo tanti anni, qual è ancora la sfida?
“Continuare a sorprendere, innanzitutto noi stessi. Ogni spettacolo ha una sua storia, ogni artista un modo diverso di affrontare la creazione. Non esiste una formula da applicare meccanicamente. Per questo cerchiamo di avere sempre quattro o cinque puntate già impostate: il lavoro è complesso, richiede preparazione, organizzazione, riprese e montaggio. È una macchina infernale, ma di quelle che, quando funzionano, danno una soddisfazione enorme. La vera sfida è non trasformare l’esperienza in routine”.
Lei parla di un programma unico. Possiamo definirlo un unicum anche nel panorama europeo dell’approfondimento teatrale?
“Per la formula che abbiamo costruito, per la continuità del lavoro e per il modo in cui entriamo nei processi creativi, credo che Retroscena abbia caratteristiche davvero singolari, anche nel confronto europeo. Non ci limitiamo a presentare uno spettacolo o a intervistare il protagonista di turno. Entriamo nelle prove, seguiamo il lavoro del regista, osserviamo le relazioni tra gli attori, cerchiamo di capire come nasce una scena e perché prende una determinata direzione. È un’esperienza di approfondimento che richiede tempo, fiducia e una conoscenza reale del teatro. Non basta accendere una telecamera e sperare che accada qualcosa di interessante”.
Eppure, quando si parla di teatro in televisione, il rischio di un matrimonio sbagliato è sempre dietro l’angolo.
“Perché si parte spesso da un equivoco: pensare che basti trasferire sullo schermo ciò che accade in palcoscenico. Io sono convinto del contrario. Se prendi uno spettacolo teatrale e lo trasmetti così com’è, senza ripensarlo per il linguaggio televisivo, rischi di fare due omicidi in uno: ammazzi la televisione e poi ammazzi il teatro! (Ride). Sono due linguaggi diversi, con tempi, prospettive e modalità di fruizione differenti. Il teatro vive della presenza, della relazione fisica tra attori e spettatori, dell’irripetibilità di una serata. La televisione deve trovare un’altra strada per restituire quell’esperienza”.
Insomma, il teatro va visto a teatro.
“Assolutamente. Io sono stato sempre molto prudente rispetto alla semplice ripresa integrale di uno spettacolo. Nel 2011, quando il direttore dell’epoca, Dino Boffo, si mostrò interessato alla possibilità di mandare in onda un’intera rappresentazione in prima serata, seguita da un mio approfondimento, gli dissi che, a mio avviso, era una strada poco convincente. Il teatro ha bisogno del suo spazio e del suo pubblico. Ci sono naturalmente esperienze televisive riuscite, ma penso, per esempio, a Eduardo De Filippo, che realizzò lavori concepiti appositamente per le riprese televisive. È una differenza sostanziale: non si tratta di riprendere passivamente il teatro, ma di pensarlo per un altro mezzo”.

E allora come si traduce il teatro in televisione senza impoverirlo?
“Conoscendolo profondamente. Bisogna conoscere la drammaturgia, comprendere il linguaggio degli attori, sapere dove guardare e quando una ripresa può restituire un significato. Poi c’è il montaggio, che per me è fondamentale. Con il montaggio si può creare un’emozione, costruire un ritmo, mettere in relazione immagini apparentemente lontane. Oppure si può distruggere tutto. Noi cerchiamo di realizzare una sorta di drammaturgia parallela: non una sintesi didascalica dello spettacolo, ma un racconto autonomo, capace di restituire qualcosa dell’esperienza vissuta in teatro. Io lo chiamo un montaggio delle emozioni”.
Prima di Retroscena, nel 2002, c’era stato Al Top, un altro programma dedicato allo spettacolo. Quindi l’idea non è nata all’improvviso.
“No, c’è stata una lunga gestazione. Al Top è stato un passaggio importante, una palestra per capire come affrontare la materia dello spettacolo in televisione. Ma il progetto di Retroscena aveva ambizioni più profonde. Volevo superare i pregiudizi sul teatro, senza cadere nella tentazione di semplificarlo. Perché spesso si pensa che il teatro sia una cosa per pochi, un territorio difficile, magari un po’ polveroso. In realtà è un luogo dove si parla della vita, delle sue contraddizioni, delle fragilità e delle passioni. Il problema è trovare il linguaggio giusto per farlo arrivare alle persone”.
A diciotto anni, però, lei non pensava ancora alle telecamere. Si innamorò di una tragedia greca.
“Studiavo per la maturità classica quando lessi l’Edipo re di Sofocle. Fu una folgorazione. Mi sembrò di trovarmi davanti alla madre di tutte le tragedie: un’opera in cui l’uomo cerca la verità e, proprio nel momento in cui la raggiunge, scopre qualcosa di terribile su se stesso. Mi colpì la potenza di quella scrittura, la capacità di parlare dell’essere umano al di là del tempo e dello spazio. Da lì è cominciato un percorso che mi ha portato ad approfondire il teatro attraverso gli studi letterari e a interrogarmi continuamente sul rapporto tra la parola scritta e la sua realizzazione scenica”.
Non è stata una strada semplice.
“No, anche per ragioni familiari. Sono nato in Puglia, poi, quando avevo tredici anni, ci siamo trasferiti a Ostia perché mio padre lavorava in una scuola. Vivo a Roma da cinquant’anni, ma non mi sento romano. E, a dire il vero, non mi sento di nessuna parte. Ho iniziato a lavorare molto presto, a cinque anni andavo già a lavorare, pur continuando a studiare. In famiglia lo studio era quasi un lusso, ma andare male a scuola non era contemplato: dovevo ottenere risultati. Per me, però, studiare era anche un gioco, un modo per viaggiare nel tempo e nello spazio. Il teatro mi permetteva di attraversare epoche, culture e mondi diversi senza smettere di interrogare il presente”.
C’è una frase biblica che accompagna Retroscena: «Vattene dalla tua terra e fatti straniero!». Un motto piuttosto impegnativo per un programma televisivo.
“È una frase tratta dalla Genesi, l’invito rivolto ad Abramo. Per me significa lasciare le proprie certezze, uscire dai territori conosciuti, accettare il rischio di non sapere già tutto. Mi sono fatto tatuare quelle parole perché rappresentano una scelta di vita. Se rimani sempre dentro le tue abitudini, finisci per credere che il mondo coincida con ciò che conosci. Invece bisogna partire, perdere qualche sicurezza, incontrare la diversità”.
Parlare di teatro non significa necessariamente assumere un’aria solenne.
“Per fortuna. Il teatro è una cosa serissima, ma questo non significa che si debba parlarne sempre con una faccia serissima. Gli artisti sono persone, spesso attraversate da dubbi, contraddizioni e momenti di grande autoironia. Se li si incontra davvero, senza fermarsi all’immagine pubblica, possono nascere conversazioni sorprendenti. La cultura non ha bisogno di essere imbalsamata per essere autorevole. Anzi, quando si prende troppo sul serio, rischia di diventare respingente. Io preferisco le domande che aprono una porta, anche quando lo fanno con un sorriso”.
Lei lavora in una televisione di ispirazione cattolica, ma incontra artisti con storie, sensibilità e convinzioni molto diverse. È mai diventato un limite?
“Al contrario, può diventare un’occasione di confronto. Nel corso degli anni ho incontrato artisti di formazione laica, persone lontane da qualsiasi appartenenza religiosa, che hanno trovato nel nostro programma professionalità, libertà di pensiero, accoglienza e la possibilità di discutere senza pregiudizi. Non chiediamo agli artisti di rinunciare alla propria identità, né pretendiamo di ricondurre tutto a una risposta prestabilita. Il confronto è autentico quando ciascuno può esprimersi liberamente”.
Dopo tanti anni, trascorsi a svelare i segreti del teatro, gliene è rimasto ancora qualcuno da scoprire?
“Per fortuna, sì. Se avessi capito tutto, avrei smesso da tempo. Il teatro continua a sorprendermi perché parla dell’uomo, e l’uomo non finisce mai di essere un mistero. Forse è proprio questo il segreto di Retroscena: cercare risposte, sapendo che ogni risposta apre una nuova domanda. E continuare a farsi stranieri, anche quando si pensa di essere arrivati a casa”.
“Il teatro è un luogo dove si parla della vita, delle sue contraddizioni, delle fragilità e delle passioni”


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