INTERVISTA
RICCARDO MAZZONI “Nel silenzio controcorrente, la verità scomoda di Oriana Fallaci”
Nei ricordi del giornalista Riccardo Mazzoni, raccontati ad ArteCultura Magazine, emerge un legame profondo con Oriana Fallaci: tra solitudine, coraggio e missione civile dopo l’11 settembre, prende forma un ritratto umano e politico che attraversa gli ultimi anni, la malattia, le battaglie culturali e il suo potente testamento morale.
Giornalista, già senatore della Repubblica, caporedattore de La Nazione, vicedirettore di QN Quotidiano Nazionale e direttore de Il Giornale della Toscana. Un importante intellettuale e politologo italiano, Riccardo Mazzoni è stato sicuramente tra le persone più vicine a Oriana Fallaci negli ultimi anni della sua vita. Fu lei stessa a sceglierlo personalmente per dettare le sue volontà, affidandogli pensieri, ricordi e visioni nel momento più delicato della sua esistenza. E fu sempre lei a chiedergli di andare a ritirare l’Ambrogino d’Oro a Milano, la massima onorificenza civica del Comune di Milano: un gesto che parla da solo.

Riccardo Mazzoni, lei apre con un’immagine fortissima: “L’ultima medusa nell’oceano deserto”. Che cosa rappresenta davvero la solitudine per Oriana Fallaci?
“’Mi sento come l’ultima medusa nell’oceano deserto’. Nel pieno della sua guerra contro il fondamentalismo islamico, a cui sacrificò gli ultimi anni di vita, Oriana avvertì con più consapevolezza di sempre il senso della smisurata solitudine che il destino riserba ai Grandi. E che Oriana appartenga al ristrettissimo Olimpo dei Grandi, nessuno può metterlo in dubbio, neppure la folta schiera dei detrattori che, osteggiando, hanno vissuto e prosperato nella sua luce riflessa”.

“È stata la solitudine la compagna fedele di Oriana Fallaci negli ultimi suoi anni di vita”
Il vostro rapporto era molto stretto. Che tipo di confidenza si era creata tra voi?
“A venti anni dalla morte mi permetto di chiamarla per nome, Oriana, varcando quella soglia confidenziale che mai ho osato superare in anni di lunghe telefonate, di incontri, di scambi epistolari, di frequenti sfuriate e di bonari rimproveri. Ho sempre considerato il “lei” la cifra del rispetto che si doveva, e si deve, a una donna che dopo un’intera vita spesa in prima linea per la libertà, nell’alba nera di questo nuovo millennio ha trovato la forza di illuminare le coscienze smarrite di un Occidente sopraffatto dalla viltà del benessere”.
Lei è stato anche il depositario delle sue volontà. Come avvenne questa scelta?
“Fu una scelta sua, personale. Mi volle accanto negli anni finali, mi coinvolse nei suoi pensieri più profondi e nelle sue decisioni più intime. Un atto di fiducia che ho sempre vissuto come un grande onore e una responsabilità enorme”.
Quanto incise l’11 settembre nella sua vita e nella sua battaglia?
“È stata la solitudine la compagna fedele di Oriana Fallaci negli ultimi anni terribili, insieme al cancro, quell’alieno che lei smise di curare, ma non di combattere, la mattina dell’11 settembre 2001, il giorno in cui gli aerei dell’apocalisse islamica scesero su New York e colpirono, insieme alle Torri Gemelle, la sua anima e la sua carne. Da quel giorno Oriana non smise mai di scrivere, di lavorare ogni momento, di dedicare la sua esistenza alla missione di salvare la nostra civiltà”.
Lei parla di una vera missione. In che cosa consisteva?
“Metterci tutti in guardia, raccontare la cruda verità su cos’è davvero l’Islam, sul disegno espansionistico delle sue avanguardie e sulla minaccia che incombe sull’Europa, il ventre molle dell’Occidente. Ne nacquero tre capolavori andati a ruba in tutto il mondo, nonostante il poderoso controfuoco di un’oligarchia culturale”.

L’ultima volta che la vide, a New York nel 2006, che Oriana trovò?
“Era di ottimo umore. Il male avanzava, ma non sembrava averla scalfita. Il piccolo guscio di nervi e di genio che mi trovai di fronte era prodigiosamente vivo e vitale. Del cancro parlava come di un vecchio nemico. Era come se la clessidra del tempo si fosse fermata”.
Secondo lei aveva consapevolezza della fine?
“Sì. La morte aleggiava in quelle stanze ricolme di libri come un convitato di pietra, e Oriana era convinta che la sua morte simboleggiasse in qualche modo la sorte dell’intero Occidente”.
Che Oriana era nel privato?
“Una padrona di casa amorevole. Per addolcirmi il jet lag mi fece trovare una fetta di castagnaccio fumante, ‘profumo di Toscana’. Poteva intimorire, ma anche metterti a tuo agio con disarmante semplicità. Intrattabile nel lavoro, affabilissima davanti a un drink”.
Come viveva gli attacchi durissimi che riceveva?
“Più che indignazione provava dolore. Un dolore acuto per se stessa e per la sua storia di adolescente staffetta partigiana, per suo padre torturato dai nazifascisti, per la famiglia Fallaci simbolo della lotta per la libertà”.
Quanto era rigorosa nel suo lavoro di scrittura?
“Aveva una venerazione assoluta per la lingua italiana. Ogni parola veniva vagliata, ogni frase ponderata. Il linguaggio doveva essere asciutto e tagliente. L’intervista che le feci – pubblicata su Panorama, ndr – fu un lavoro massacrante, ma anche la più grande gratificazione della mia vita”.

Nei suoi racconti tornava spesso all’intervista con Khomeini. Perché?
“Perché rappresentava perfettamente il suo coraggio. Si rifiutò di indossare il burqa e sfidò apertamente l’ayatollah. Era orgogliosa di quell’episodio, simbolo della sua idea di libertà”.
C’è stato un momento in cui ha capito che stava arrivando la fine?
“Quando mi disse: ‘Vorrei festeggiare il mio compleanno in Versilia, perché questo sarà il mio ultimo compleanno’. E aggiunse: ‘Sto parlando della mia morte, e io la conosco, lei no’”.
E quell’ultimo compleanno com’è stato?
“Era scintillante, sprizzava vita. Parlò tutta la sera della sorte dell’Occidente, dei pericoli che vedeva arrivare, dei nostri politici ciechi. Non smetteva mai di combattere”.
Che rapporto aveva con l’Italia e con Firenze?
“Amava profondamente la sua terra. ‘Il profilo del Ponte Vecchio è lo specchio della nostra civiltà’, mi diceva. Ma soffriva nel vedere in che mani fosse finita”.
Oggi, a distanza di vent’anni, che cosa resta di Oriana Fallaci?
“I fatti, venti anni dopo, le stanno dando tragicamente ragione. E resta la grandezza di una donna che ha vissuto sempre in prima linea per la libertà”.
Mazzoni, il suo ultimo ricordo?
“Solo ora capisco che mi volle a New York in quei giorni di febbraio per dirmi addio. Sapeva che la sua clessidra era vicina alla fine”.
“Mi sento come l’ultima medusa nell’oceano deserto”: così Oriana Fallaci raccontava la solitudine degli ultimi anni, segnata da isolamento e critiche, ma anche dalla ferma volontà di proseguire, sola, la sua battaglia in difesa dell’Occidente.


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