ESTETICHE CONTEMPORANEE
ART DE VIVRE Tra crisi del bello e nuove armonie del presente
Tra trasformazioni estetiche e accelerazione dei ritmi, l’Art de Vivre evolve in una rinnovata estetica dell’esistenza. Dall’arte allo sport, dall’ospitalità alle città intelligenti, emergono forme inedite di armonia che intrecciano identità, esperienza e consapevolezza, ridefinendo il rapporto tra individuo, cultura, tecnologia e qualità della vita quotidiana.
Donatella Zucca
Premesso che oggi tutto è vissuto sino allo spasimo, spesso con distacco e talvolta con uno stravolgimento dei valori, sembra difficile poter parlare di Art de Vivre. La realtà contemporanea appare segnata da tensioni evidenti: gli sport sfidano costantemente i limiti dell’impossibile, emergono fenomeni di crescente aggressività tra i giovanissimi, e da più parti giungono stridii privi di armonia, lontani da quella forma autentica di bellezza che, persino nell’arte, sembra talvolta ridursi a elemento accessorio. Eppure, questa è solo una lettura parziale. È il riflesso di una tendenza diffusa a voler fare tutto, subito e velocemente. Il momento storico che stiamo attraversando, caratterizzato da incertezze e profonde contraddizioni, contribuisce a questa percezione, risultando particolarmente evidente proprio nelle nuove generazioni. Secondo il Dipartimento di Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno, tra il 2019 e il 2024 le denunce a carico di minori sono aumentate del 30%. Allo stesso tempo, però, i nati tra il 2012 e il 2024 – la cosiddetta Generazione Alpha – mostrano una spiccata sensibilità verso i temi ambientali e sociali, oltre a una forte attenzione all’identità e all’espressione personale. In questo contesto, i ritmi accelerati della contemporaneità portano a vivere tutto e il contrario di tutto, richiedendo una continua capacità di adattamento. Non si tratta più soltanto di resilienza, ma di transilienza: la capacità di attraversare rapidamente stati, esperienze e condizioni differenti. Da qui nasce anche l’esigenza di ridefinire il concetto di bellezza, integrandolo con quelli di stile e identità, fino a farne un unicum – una vera e propria “password” d’ingresso nell’Art de Vivre.
Tra sport e armonia: una bellezza inattesa. A prima vista, discipline come calcio, sci e tennis – oggi al centro dell’attenzione mediatica – sembrano lontane da questa dimensione. Gli sforzi fisici estremi, la pressione costante di allenatori, pubblico e fan, e la necessità di prestazioni impeccabili sembrano escludere ogni forma di armonia. Eppure, osservando più attentamente, emerge una verità opposta. Le evoluzioni degli sciatori, le performance dei tennisti, i movimenti imprevedibili e spettacolari dei calciatori rivelano una componente estetica profonda. In queste espressioni, il gesto atletico diventa linguaggio, e la competizione si trasforma in forma di bellezza.
Arte contemporanea: crisi o trasformazione del bello? Anche nell’arte, il concetto tradizionale di bellezza sembra attraversare una fase di crisi, spesso ritenuto incapace di esprimere la complessità del sentimento umano contemporaneo. Tuttavia, persino le forme più criptiche continuano a esercitare un forte potere di attrazione, offrendo esperienze estetiche che, pur nella loro complessità, restituiscono una forma di bellezza nel senso più autentico del termine. Non è un caso che anche figure istituzionali abbiano richiamato esplicitamente questo valore. Roberto Cicutto, già presidente della Fondazione Biennale di Venezia, ha espresso pubblicamente il desiderio che una Biennale fosse, semplicemente, “bella”. Accanto a ciò, si osserva in molti artisti un ritorno a un desiderio quasi nostalgico di esperienze estetiche autentiche, centrate sull’individuo ma profondamente connesse all’essenza delle cose. Ne è un esempio la pittura materica di Enzo Archetti, in cui la materia diventa veicolo di una ricerca sensibile e profonda. Travolti dalla velocità della tecnologia e della vita contemporanea, potremmo essere portati a credere che l’arte abbia perso la sua dimensione armonica. In realtà, sta ridefinendo il proprio ruolo: non più solo oggetto di contemplazione, ma esperienza vissuta. L’esistenza stessa può diventare arte, se interpretata in modo più consapevole, più completo, più slow.
Parigi e il ritorno dell’Art de Vivre. Un modello emblematico di questa visione è rappresentato da Parigi, dove l’Art de Vivre affonda le sue radici nella tradizione dei salotti letterari e nella cultura dei caffè. Qui si intrecciano piacere, estetica ed eleganza, in un equilibrio fatto di vivacità intellettuale, raffinatezza gastronomica e memoria storica. Luoghi come Rue des Martyrs o il Marais, l’Hôtel de la Marine affacciato su Place de la Concorde, il Musée Carnavalet o i Jardin du Luxembourg restituiscono ancora oggi questa dimensione. A questi si aggiungono mercati e territori come Saint-Germain-en-Laye, la Bretagna con le sue tradizioni celtiche e la Provenza, con i suoi paesaggi e la cultura del rosé. Nel cuore della Parigi del lusso, rue du Faubourg Saint-Honoré continua a rappresentare un simbolo di eleganza senza tempo. Qui Hermès e Jeanne Lanvin aprirono i loro primi atelier, mentre nel 1925 l’inaugurazione di Le Bristol Paris segnò un momento storico, diventando negli anni punto di riferimento per artisti come Pablo Picasso, Piet Mondrian e Salvador Dalí. Oggi questo patrimonio si rinnova attraverso esperienze gastronomiche e culturali di alto livello, come il ristorante Épicure e il Café Antonia, dove tradizione e innovazione convivono in un equilibrio raffinato.

Nella sala da pranzo di Le Louis XV, all’Hotel de Paris di Monte Carlo, un Art de Vivre intramontabile – (c) pmonetta
Hospitality e gastronomia: nuovi linguaggi della bellezza. Il mondo dell’accoglienza si muove oggi nella stessa direzione, ponendo al centro qualità della vita, benessere e autenticità. Le parole chiave diventano multifunzionalità, sostenibilità, sicurezza e una nuova interpretazione del lusso, talvolta reale, talvolta evocato. Ne sono esempi le strutture firmate da Alain Ducasse in Provenza, il Mondrian Hotel nella ex Sea Containers House sul Tamigi con il design di Tom Dixon, o realtà italiane come Hotel Palazzo Grillo, dove tecnologia, storia e arte convivono in modo armonico. La gastronomia gioca un ruolo centrale in questo processo. Come afferma Ducasse, “la cucina è qualcosa che vive oltre i cuochi”, espressione di un territorio e di una memoria collettiva. All’Hôtel de Paris Monte-Carlo, il ristorante Le Louis XV incarna questa filosofia, così come il Grand Contrôle delle Airelles a Versailles. Anche in Italia, esperienze come quella dello chef Alfredo Russo alla Reggia di Venaria dimostrano come la cucina possa dialogare con la storia e l’arte, dando vita a esperienze immersive di grande valore.

Alain Ducasse ed Emmanuel Pilon, alla guida del restaurant Le Louis XV all’Hotel de Paris di Monte Carlo – (c) Matteo Carassale
Musei e cucina: contaminazioni contemporanee. Questa integrazione tra arte e gastronomia si estende anche al mondo museale. Enrico Bartolini, con il suo ristorante al Mudec di Milano, interpreta la cucina come forma d’arte.nAl Museum of Modern Art, il ristorante The Modern offre un’esperienza che unisce visita museale e alta cucina. A Los Angeles, il The Broad dialoga con il ristorante Otium, mentre al Mucem e alla National Gallery Singapore si sviluppano esperienze simili, confermando una tendenza globale.
Verso le AI City: il caso Las Vegas. In questo scenario, anche le città evolvono. Las Vegas rappresenta un esempio significativo di trasformazione urbana orientata alla qualità della vita. Attraverso l’impiego di tecnologie avanzate, dispositivi IoT e sistemi di analisi evoluti, la città sta passando da modello di Smart City a quello più avanzato di AI City. Questa evoluzione non riguarda solo l’efficienza, ma anche la creazione di spazi più sicuri, sostenibili e vivibili, ridefinendo il rapporto tra tecnologia e benessere.

Las Vegas Strip non sacrifica il glamour, che s’affianca alla mission ambientale cittadina, grazie all’AI e le tecnologie più avanzate – credit E.Tealdi
Una nuova estetica dell’esistenza. L’Art de Vivre non è scomparsa. Si è trasformata. Non è più soltanto eleganza formale o privilegio di élite, ma una pratica diffusa, che attraversa arte, sport, città, gastronomia e vita quotidiana. È una nuova estetica dell’esistenza, in cui bellezza, identità e consapevolezza si intrecciano, restituendo senso a un presente complesso ma ricco di possibilità.
MASK Architects
Quando l’Art de Vivre diventa architettura
Dalla teoria alla pratica, Öznur Pınar Çer e Danilo Petta trasformano l’Art de Vivre in architettura: tra intelligenza artificiale, sostenibilità e visione sistemica, ridefiniscono l’abitare contemporaneo e i suoi scenari futuri.
Immaginare il futuro, per MASK Architects, non è un esercizio teorico ma un atto progettuale concreto. Lo studio, con headquarter in Sardegna e sedi a Istanbul e Houston, sviluppa una visione dell’abitare in cui tecnologia, sostenibilità e ricerca si fondono in un’unica esperienza, dando forma a una nuova idea di Art de Vivre. Alla guida, due figure complementari per formazione e sensibilità: Öznur Pınar Çer, capo architetto, e Danilo Petta, responsabile del design e capo progettista. Insieme condividono un approccio che supera i confini tradizionali dell’architettura, orientato a sistemi complessi, innovazione tecnologica e scenari futuri. Öznur Pınar Çer, 36 anni, si forma nelle Belle Arti a Cipro e si distingue fin dagli esordi: nello stesso anno vince il premio “MIMED 2013” e ottiene la menzione d’onore al Prosteel per il Modular Shelter Design for Emergency Situation Project. Seguono il primo premio al World Architecture Community Award (29th Cycle) e il progetto del Seoul Photography and Art Museum, primo museo al mondo capace di scattare autonomamente fotografie. Un percorso rapidissimo, costruito in soli cinque anni, che la porta nel 2020 alla Biennale di Venezia con il progetto Hole Zero + Timeless Art Sculpture. Accanto a lei, Danilo Petta, 45 anni, designer industriale di fama internazionale, formato al Politecnico di Milano e allo IED in interior design. È l’unico italiano ad aver ricevuto l’“Europe 40 under 40® Award”, riconoscimento dedicato ai talenti emergenti più innovativi nel design del lusso e dell’orologeria, assegnato nel 2023/2024 anche alla sua partner. Il loro lavoro si muove lungo una geografia globale, tra Europa, Medio Oriente e Stati Uniti, progettando architetture che sembrano provenire dal futuro ma che prendono forma attraverso le tecnologie di oggi e l’intelligenza artificiale.

Danilo Petta, responsabile del design e capo progettista di Mask Architects e Öznur Pınar Çer capo architetto – copyright (at)maskarchitects-
“Il percorso scelto, gli obiettivi fissati e la visione in cui crediamo ci portano a sviluppare progetti che si collocano ben oltre l’attuale sistema”, ci spiega Öznur Pınar Çer, “oggi l’industria, il mondo degli investimenti e l’ecosistema degli utenti potrebbero non essere pronti per questo livello di progettazione, ma noi abbiamo sempre preferito spingerci verso il futuro. Naturalmente, il pensiero che ogni nostra idea possa diventare spazio vissuto, esperienza concreta e realtà tangibile, ci motiva profondamente, tuttavia siamo consapevoli che, dinamiche di mercato, strutture finanziarie e infrastrutture tecnologiche possono non essere in grado di seguire la velocità del nostro pensiero progettuale. Questo però, ci rende ancor più determinati, la nostra non è una strada facile, lo sappiamo. In questa fase, la priorità non è solo costruire un edificio, ma progettare il percorso che apre, i problemi da risolvere e l’impatto sistemico che potrà generare. Facciamo ricerca, sviluppiamo tecnologie a lungo termine e operiamo anche in ambiti dove non esiste una roadmap definita. Un lavoro che richiede tempo, pazienza, un ecosistema d’investimenti e partner adeguati, la creazione di un‘infrastruttura su cui stiamo lavorando. I nostri sistemi, apparentemente costosi, complessi e difficili, sono prototipi pensati per diffondersi, standardizzarsi ed essere accessibili a più persone. Ciò che oggi sembra “lusso” può diventare naturale domani. Noi siamo questo. Ci definisce la volontà d’immaginare il futuro, affrontare i problemi, integrare architettura e tecnologia per generare nuovi modi di vivere. Mai rinunceremmo a questi principi per accelerare un consenso.”

L’architettura fluttuante di Villa G01, in un angolo esclusivo della Sardegna, su progetto di Mask Architects – courtesy MaskArchitects
Il Progetto Villa G01 è una villa di lusso di nuova generazione situata in una delle aree più esclusive della Sardegna. La sua sostenibilità rispetto al contesto naturale è garantita principalmente dalle tecnologie avanzate?
“La sostenibilità di Villa G01 non può essere ridotta esclusivamente all’impiego di tecnologie avanzate. Il progetto ha un approccio olistico mirato a creare un equilibrio consapevole tra il contesto locale e le capacità tecniche contemporanee. Abbiamo analizzato in profondità il paesaggio, la topografia e il patrimonio costruttivo della Sardegna, integrando questi elementi come principi generatori del progetto. L’architettura nasce da un dialogo col territorio e la sua identità, non è un oggetto imposto, deve inserirsi in modo misurato e rispettoso nel contesto naturale. La tecnologia svolge un ruolo fondamentale, ma come strumento operativo, non come fine estetico. Sistemi costruttivi avanzati e metodologie di produzione innovative sono stati utilizzati per ottimizzare le prestazioni energetiche, migliorare il controllo climatico e ridurre l’impatto ambientale. Soluzioni integrate con strategie passive, una forte attenzione alla scelta dei materiali e alla relazione col paesaggio. Villa G01 esprime una sostenibilità fondata sull’integrazione tra tecnologia e natura. L’obiettivo è utilizzare l’innovazione per rafforzare l’armonia tra architettura, ambiente e qualità dell’abitare”.
Il progetto di Abu Dhabi, Oasys +, prevede un sistema modulare di strutture ispirate alle palme con un principio di “respirazione artificiale”. In questo progetto si può parlare di bellezza, stile e identità?
“In questo caso, bellezza, stile e identità non sono elementi aggiunti come superfici decorative, rappresentano la conseguenza naturale della risposta sistemica alle condizioni ambientali e al contesto culturale di Abu Dhabi. È una soluzione infrastrutturale sensibile al clima e al territorio, il cui valore non risiede solo nell’espressione visiva. Il suo sistema modulare trae ispirazione dalla palma, elemento simbolico-strutturale radicato nel paesaggio e nella cultura della regione. Il meccanismo di respirazione artificiale, la capacità di generare ombra, il controllo del microclima e l’integrazione energetica sono gli elementi fondamentali della struttura. In questa prospettiva, la bellezza nasce dall’efficienza e dall’equilibrio tra architettura e ambiente. L’identità emerge dall’incontro tra il simbolo locale della palma e l’innovazione tecnologica che ne permette una nuova interpretazione. Oasys + è un sistema di infrastruttura urbana, in cui clima, tecnologia e cultura si integrano, generando una coerenza che produce valore estetico e identità territoriale”.
Il vostro concetto di primo resort di lusso galleggiante alimentato a idrogeno, frutto dell’integrazione tra tecnologie avanzate, sostenibilità e architettura, quale obiettivo intende raggiungere?
“Mira a definire un nuovo paradigma nello spazio dell’ospitalità sostenibile. Non si tratta solo di un progetto energeticamente efficiente, ma di un sistema architettonico che ripensa in modo integrato il rapporto tra energia, ambiente ed esperienza spaziale. Il resort è concepito come un’unità galleggiante autonoma, progettata per operare con un modello a emissioni ridotte grazie all’uso dell’idrogeno fonte energetica principale. Elemento strutturale che organizza il ciclo energetico dell’intero sistema, consentendo un funzionamento indipendente e potenzialmente carbon neutral. Il progetto integra produzione di energia rinnovabile, gestione dell’acqua, ottimizzazione dei materiali e sistemi di riciclo in una logica circolare. Approccio che permette alla struttura di funzionare come un ecosistema controllato, riducendo l’impatto sull’ambiente marino e limitando il consumo di risorse esterne. L’obiettivo è tradurre l’innovazione in una nuova forma di lusso responsabile, un modello in cui la sostenibilità diventa parte integrante dell’esperienza dell’ospite e non un elemento invisibile o secondario. Il risultato è un’architettura che unisce performance ambientale, autonomia energetica e qualità spaziale in una visione coerente e orientata al futuro”.

In totale autonomia energetica l’Hydrogen Resort progettato da Mask Architects – courtesy MaskArchitects
Se nella visione di Öznur Pınar Çer l’architettura diventa un dispositivo capace di anticipare il futuro e ridefinire i modelli dell’abitare, nel lavoro di Danilo Petta questa tensione si traduce in un linguaggio progettuale radicale, dove design, ingegneria e sistema si fondono in un’unica matrice. La sua traiettoria attraversa mondi solo apparentemente distanti – dall’alta orologeria all’architettura, dalla nautica alle piattaforme tecnologiche – ma uniti da una stessa logica: comprendere il sistema, spingerne i limiti, riscriverne le regole. Non esiste separazione tra scala, funzione o disciplina, ma una visione integrata che trasforma ogni progetto in un campo di ricerca applicata. È lui stesso a raccontarlo: “Tra il 2021 e il 2024, come co-fondatore di MASK Architects, sono stato external consultant per Parmigiani Fleurier sviluppando le collezioni strategiche fino al 2027. Un periodo in cui ho ripensato e ristrutturato sistemi di collezione e piattaforme meccaniche, in linea con la visione a lungo termine del brand. Uno dei progetti più significativi è stato la Toric Collection di cui ho reinterpretato la linea quasi da zero. Prima non aveva una direzione chiara e una identità strutturata, noi abbiamo introdotto un nuovo linguaggio progettuale e una nuova coerenza sistemica. Quando abbiamo presentato il progetto a Watch & Wonders, c’era grande entusiasmo, ma anche un forte senso di rischio. Col tempo, grazie alla maturazione del design e alla risposta positiva del mercato, abbiamo avuto la conferma che la direzione era corretta. All’interno di questo percorso ho progettato anche il Tonda PF Automatic 36mm, caratterizzato da un’architettura con micro-rotore e da una integrazione completa tra cassa e bracciale in oro. Nel 2022 premiato dal Grand Prix d’Horlogerie de Genève e oggi uno dei riferimenti più forti della collezione, con una presenza solida e un ottimo riscontro commerciale. Un altro progetto stimolante è stato Tonda PF Sport Chronograph, per cui ho lavorato sul design esterno, l’architettura del movimento e l’integrazione tecnica con la cassa. Avendo ridefinito l’equilibrio tra piattaforma meccanica e proporzioni, abbiamo dato alla collezione un carattere più dinamico e tecnico. Oggi il mio lavoro va oltre il design orologiero. Sono impegnato nel progetto Onyx 85 metri Hydrogen Yacht, nella piattaforma tecnologica Solaris e nella crescita della nuova società AQH Italy, attraverso cui collaboro con ingegneri per lo sviluppo di calcoli strutturali, sistemi e tecnologie applicabili. Per me orologeria, architettura e ingegneria fanno parte di uno stesso modo di pensare, che consiste nel comprendere il sistema, spingerne i limiti e trasformare l’idea in: “Stiamo progettando l’ultimo pezzo mancante del puzzle”. Se ci venisse chiesto cosa renda voi e i vostri progetti diversi e come riuscite a individuare e sviluppare ciò che non è stato ancora fatto o pensato, la nostra risposta sarebbe: non guardiamo mai ai progetti in modo frammentato, li affrontiamo come un sistema unico e integrato. Quando osserviamo un puzzle, l’immagine è già lì, ma alcune parti possono essere mancanti, noi la analizziamo e riconosciamo immediatamente quali sono gli elementi che non sono ancora stati completati. Il punto di partenza dei nostri progetti sta nell’individuare problemi, vuoti e aree incomplete, per poi creare e inserire il pezzo mancante. Non ci limitiamo a creare una forma, cerchiamo il punto invisibile del sistema che necessita di una soluzione e lo sviluppiamo. Non guardiamo l’insieme da lontano, ma in modo sistemico e profondo, a volte, il pezzo mancante coincide proprio con la soluzione che siamo in grado di progettare”. Questa visione trova applicazione nei progetti più avanzati dello studio: dall’Onyx 85 metri – yacht a idrogeno prodotto a bordo tramite elettrolisi dell’acqua di mare – allo sloop di 30,5 metri del Progetto Tavolara, fino alla moto Solaris alimentata esclusivamente da energia solare. Progetti diversi per scala e funzione, ma uniti da una stessa ambizione: individuare il “pezzo mancante” e trasformarlo in realtà.
L’Art de Vivre si trasforma: da estetica del bello a progetto dell’esistenza, dove vivere, abitare e creare coincidono.

Donatella Zucca
Giornalista e scenografa

