INTERVISTA
MASSIMO GHINI Il teatro, il cinema e l’eredità della grande commedia all’italiana
Tra teatro, cinema e memoria della grande commedia italiana, Massimo Ghini racconta il ritorno in scena con Il vedovo, i nuovi film con Pupi Avati ed Enrico Vanzina, l’incontro con Alberto Sordi e il mestiere dell’attore oggi: studio, pubblico e passione restano il vero motore di una carriera lunga e versatile.
Massimo Ghini non si ferma mai: tra tournée teatrali, nuovi film in uscita e progetti televisivi continua a essere uno degli attori più versatili del panorama italiano. Lo incontriamo mentre è in scena con Il vedovo a teatro e si prepara al debutto dei nuovi film diretti da Pupi Avati ed Enrico Vanzina. Ne nasce una bella conversazione che attraversa carriera, teatro e cinema.
Lei sta vivendo un periodo di grande attività tra teatro e cinema. Partiamo dal palco: portare in scena Il vedovo è stata una sfida importante.
«Assolutamente sì. Il vedovo è un capolavoro della commedia all’italiana diretto da Dino Risi, e sul grande schermo aveva protagonisti Alberto Sordi e Franca Valeri. Il rischio più grande era imitare Sordi, cosa che non avrebbe avuto senso. La vera sfida è stata trovare una mia strada, restando fedele allo spirito di quella straordinaria tradizione».
Con Sordi, in realtà, lei ha avuto anche un incontro personale…
«Sì, ed è un ricordo bellissimo. Dopo La bella vita di Paolo Virzì qualcuno scrisse che la mia interpretazione aveva qualcosa di “sordiano”. Lui lesse quella cosa e volle conoscermi. Poi anni dopo ci siamo incontrati di nuovo sul set di uno spot per Illy diretto da Francis Ford Coppola, che riprendeva Lo sceicco bianco di Federico Fellini. A un certo punto arrivò sul set e mi disse scherzando: “Ahò, che stai a fa’, l’imitazione?”. Io risposi: “Maestro, che dice!”. Fu un momento indimenticabile».
Lei parla spesso della commedia all’italiana come di un patrimonio unico. Perché oggi sembra scomparsa?
«Perché non la sanno più fare, o non la vogliono fare. Era un marchio italiano, come il Chianti o il Parmigiano. La grande commedia all’italiana ti faceva ridere per un’ora e poi, alla fine, ti dava un pugno nello stomaco. Pensiamo a Il sorpasso con Vittorio Gassman: si ride tantissimo ma alla fine resta una grande amarezza. Oggi spesso si confonde la commedia con la farsa».

Massimo Ghini con il figlio Leonardo
Parliamo dei nuovi film. Nel prossimo lavoro con Pupi Avati lei è protagonista di una storia molto particolare.
«Il film si intitola Nel tepore del ballo. Il titolo è romantico, ma la storia è molto più tagliente. Racconta di una grande star televisiva, una specie di incrocio tra Carlo Conti e Amadeus. Durante la conferenza stampa del suo nuovo programma arriva la Guardia di Finanza e lo porta via. Da lì si scopre tutta la sua storia: un’infanzia difficile, la madre morta quando nasce, il padre chiamato “il bagnino”, la crescita con la zia. È un attacco molto forte al mondo della televisione».
Nel film compaiono anche volti molto noti.
«Sì, ci sono Giuliana De Sio e Raoul Bova. Il mio personaggio, dopo l’arresto, torna nei luoghi dove è cresciuto e incontra la sua prima moglie. Da lì cerca di ricostruire il proprio potere e la propria immagine».
C’è poi anche un giallo diretto da Enrico Vanzina.
«Sì, è tratto dal romanzo La sera a Roma. Interpreto un giornalista che entra in contatto con il mondo dell’aristocrazia nera romana. È un ruolo molto diverso da quello a cui il pubblico mi associa di solito».
Nella sua lunga carriera c’è stato un ruolo che ha cambiato davvero tutto?
«È difficile dirlo, perché ho fatto personaggi molto diversi tra loro. Però Compagni di scuola di Carlo Verdone ha segnato una svolta: il mio personaggio ebbe un grande successo e da quel momento mi proposero spesso ruoli più duri, più cattivi».
Lei è uno degli attori italiani più eclettici, ma curiosamente non ha mai ricevuto una candidatura ai David di Donatello. Le pesa?
«In realtà no. Tutti mi riconoscono affetto e stima, dal pubblico ai colleghi. Certo, ogni tanto ci penso e dico: “A tanta gente lo avete dato…”. Ma poi me ne faccio una ragione. Io continuo a fare il mio lavoro».
Il teatro resta comunque una parte fondamentale della sua vita.
«Sempre. Ho più di centoventi titoli sulle spalle, ho iniziato con il grandissimo Franco Zeffirelli e la sua Maria Stuarda proprio a Firenze, al teatro della Pergola. La cosa più bella resta quella sensazione unica: sentire il respiro del pubblico ogni sera. Il teatro è reale, non virtuale. Finché il fisico regge continuerò a farlo».
Come vede oggi il mestiere dell’attore rispetto a quando ha iniziato?
«È cambiato moltissimo. Prima c’era un percorso naturale: si partiva dal teatro, si faceva la bottega, poi arrivava il cinema. Oggi è tutto diverso. Spesso si pensa che bastino i talent o le fiction, ma non è così: bisogna studiare. Mio figlio Leonardo, per esempio, ha voluto fare l’accademia. Gli ho detto che ha fatto la scelta giusta».
Se potesse interpretare un grande personaggio storico, chi sceglierebbe?
«Marco Antonio. In realtà l’ho già fatto a teatro con Peter O’Toole. È un personaggio straordinario».
“La grande commedia all’italiana ti faceva ridere per un’ora e poi, alla fine, ti dava un pugno nello stomaco”

Massimo Ghini e Galatea Ranzi ne “Il vedovo”

Giornalista

